Brexit, c'è l'accordo tra Johnson e la Ue: ma ora rischia in Parlamento

Venerdì 18 Ottobre 2019 di Antonio Pollio Salimbeni

Ora «la palla è in campo britannico», dice il presidente della Ue Donald Tusk. Di nuovo. E tra i leader dei Ventisette la memoria va alle tante volte che la palla è tornata a Londra e a Londra è stata buttata fuori dal campo, con le bocciature dell'allora premier May. Ora però, da Merkel a Macron, c'è molta soddisfazione per l'intesa raggiunta con Boris Johnson. Anche da parte di Varadkar, sollevato perché «gli obiettivi dell'Irlanda sono stati raggiunti grazie alla forza e all'unità della Ue». L'intesa mantiene l'integrità del mercato unico europeo e concede infatti all'Irlanda del Nord uno strumento per avere voce in capitolo sulla possibilità di non applicare più le regole Ue minimo dal 2027, se la Brexit scatterà concretamente dal 2021.

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DETTAGLI
L'accordo è un compromesso ragionevole ed equo per entrambe le parti. «Eviterà caos e un conflitto tra Ue e Regno Unito», indica Tusk. Nulla si dice su che cosa accadrebbe se a Westminster domani l'accordo fosse respinto. «Il Consiglio europeo approva l'accordo sul recesso del Regno Unito di Gran Bretagna e Irlanda del Nord dall'Unione europea e dalla Comunità europea dell'energia atomica. Su tale base il Consiglio europeo invita la Commissione, il Parlamento europeo e il Consiglio ad adottare le misure necessarie per fare in modo che l'accordo possa entrare in vigore il 1° novembre 2019». È scarna la dichiarazione con cui i Ventisette sdoganano l'accordo che dà vita a un ibrido: una provincia (l'Irlanda del Nord) che appartiene all'unione doganale dello Stato di appartenenza (il Regno Unito) ma applica le regole doganali commerciali di una entità esterna (l'Unione europea). De jure nel Regno Unito, de facto nella Ue.
 


All'inizio della riunione dei capi di stato e di governo, Boris Johnson prende la parola e spiega che per lui l'accordo è molto buono. «Ci permetterà di riprendere in mano il governo del Paese, con la Ue possiamo costruire insieme il futuro di relazioni perché noi siamo la quintessenza di un Paese europeo, siamo solidi amici». Alcuni gli chiedono della situazione politica interna: passerà a Westminster? Interrogativo legittimo perché tutti sanno che attualmente Boris Johnson una maggioranza alla Camera dei Comuni non ce l'ha e confida su una ventina di laburisti che potrebbero non seguire Corbyn nel no di sbarramento.

PREOCCUPAZIONE
Preoccupa a Bruxelles l'opposizione del partito unionista democratico che considera l'accordo una svendita. Johnson si dichiara «molto fiducioso». Più tardi indica che «è il momento di ritrovarci come Paese e onorare il risultato del referendum del 2016 che ha deciso la Brexit». I diplomatici raccontano che ha cercato fino all'ultimo di convincere i 27' a dire che non avrebbero mai più prorogato la Brexit, tanto per mettere Westminster ancor più sotto pressione. I 27' non stanno al suo gioco. Così come non dicono che cosa faranno nel caso in cui il parlamento respingesse l'accordo. Se tutto filerà liscio, entro pochi giorni il Parlamento europeo lo ratificherà e il 31 ottobre a mezzanotte il Regno Unito sarà fuori. Un fuori' non di fatto dato il periodo di transizione che scadrà il 31 dicembre 2020 durante il quale Londra rispetterà tutte le regole Ue. In caso di scacco a Westminster è inevitabile che la Ue conceda una proroga per un chiarimento politico a Londra, nuove elezioni o nuovo referendum.
Nella dichiarazione politica comune, che costituirà la base per il negoziato sulle future relazioni Ue-Regno Unito, viene fissato l'obiettivo di un accordo di libero scambio, zero tariffe e zero quote. Con impegni solidi sulle condizioni di parità per garantire una concorrenza aperta ed equa. Su questo si giocherà la prossima partita (la Ue schiererà di nuovo Michel Barnier). Westminster permettendo.

Ultimo aggiornamento: 08:28 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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