Stefania De Roberto, ingegnere informatico: «Ai corsi noi ragazze eravamo un decimo, questo è ancora visto come un campo da uomini»

Lunedì 9 Novembre 2020 di Valentina Venturi
Stefania De Roberto

Stefania De Roberto ha 29 anni ed è ingegnere informatico. Può ben raccontare del gender gap nel suo campo: «Nel mio corso di laurea in 3 anni saremmo state 15 donne su 150 persone. La scienza in generale e l'informatica in particolare è ancora vista come un campo da uomini». La passione per l'informatica è nata in famiglia osservando il padre maneggiare computer, ma ora Stefania con altri tre amici maschi ha fondato FILO, una startup che pensa ai neo-genitori con un bando e ha ideato il salva bebè Tata Pad. 

Difficile fare l’ingegnere informatico?

«Non so se sono stata particolarmente fortunata: ho studiato a Roma Tre, un'università molto giovane e forse anche mentalmente aperta al fatto che potessero esserci poche donne ingegnere. Quello che posso sicuramente dire è che quando ho iniziato ingegneria nel mio corso eravamo un decimo rispetto ai ragazzi eravamo 15 su 150: pochissime».

Cosa ha comportato?

«Il gender gap lo percepivi più per la differenza di numero che non per il clima in aula».

Ha mai avvertito differenze di giudizio?

«No, mai. Ma è vero che in questo mondo siamo un po’ viste come un’eccezione: raccontando che facevo ingegneria informatica culturalmente ho avuto la sensazione di non essere nell’ambito giusto. Questo è un po’ grave perché invece di essere promotori dall’esterno, mi sentivo paradossalmente strana e diversa».

Cosa consiglia alle sue coetanee?

«Di non lasciarsi intimidire. Ho il sospetto che molti di noi si lascino intimidire dal mondo anche prima di cominciare; invece non bisogna avere paura perché poi le strade si aprono e anzi ci sono diverse strade anche per il mondo femminile. Consiglio di perseguire la propria strada senza avere la paura di non essere all’altezza. E poi di rimanere molto umili. Il mio mondo è un mondo in cui è facile montarsi la testa, quindi è meglio accettare i consigli che non i giudizi degli altri».

Come nasce FILO?

«La società, composta da me Giorgio Sadolfo, Francesco Ceccherelli e Andrea Gattini, nasce nel 2014 da un progetto legato all’Università, un "Innovation Lab" per le startup. Eravamo in cucina in cerca di un problema da risolvere quando Giorgio, avendo due figli piccoli, ci dice che spesso aveva bisogno di rintracciare le cose, non di mapparle ma di tenerle sotto controllo. Da qui nasce FILO usato per gli oggetti da avere a portata di mano; il nome deriva sia da “find and locate”, che dal mito del filo di Arianna».

Cosa l’ha spinta a scegliere ingegneria informatica?

«Per una passione che ho da bambina: adoro i videogiochi da quando ho cinque o sei anni. Mio padre da appassionato di computer passava il tempo a strutturarlo come piaceva a lui e io lo guardavo ipnotizzata. E così mostrava anche tutto il mondo dietro, fatto di processori e hardware».  

Qual è l'utilità di “Design 4 Parents”?

«È un bando per trovare idee innovative per i genitori, aperto a tutti: inventori, designer, innovatori, aziende e startup che potrebbero avere l’idea del secolo. La call si indirizza alla ricerca di progetti inediti e utili per i neo-genitori, con un occhio alla sostenibilità e che siano pensati per la sicurezza del bambino o per semplificare la routine quotidiana. Si può presentare il proprio progetto entro il 29 novembre e gli otto finalisti saranno esposti sulla piattaforma digitale di Maker Faire Rome e sui canali social dei partner Filo, ADI Lazio e Maker Faire Rome. La migliore soluzione innovativa sarà premiata con 5mila euro in denaro. Tutte le informazioni sul sito www.design4parents.com».

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