«Noi donne curde, innamorate della libertà. Abbiamo difeso l'Europa, non possono lasciarci sole»

Sabato 19 Ottobre 2019 di Maria Lombardi
L'immagine di un documentario sulle combattenti curde
«Non c'è niente di più importante per noi della libertà. Le donne curde combattono e muoiono per la libertà. Sono partigiane dell'umanità e non si arrendono davanti a nulla. Molte di noi sono morte per difendere l'Europa. Può adesso l'Europa lasciare che ci ammazzino? Può abbandonarci?». Fatma Celkcan nel 2004 ha lasciato le montagne del suo paese e adesso vive a Roma, ma è come se non le avesse lasciate mai, sempre lì con il cuore e la testa, in questi giorni di più. Il suo popolo senza terra di nuovo sotto attacco. Rivede immagini che si sperava di non vedere più: la polvere che si alza al passaggio dei carrarmati turchi e sotto le bombe, le urla dei feriti, la ferocia delle esecuzioni. Granate che riducono a brandelli i bambini. Gli ultimi momenti di Hevrin Khakaf, la segretaria generale del Partito siriano del Futuro che si batteva per le donne, l'hanno fatta scendere dalla macchina e poi forse violentata e lapidata. Ancora bombe e spari. Potrebbe finire presto, Erdogan promette una tregua e c'è solo da sperare che sia così.
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«Ma le nostre soldatesse sono pronte a tutto e non si arrendono. Erdogan lo sa e le teme per questo. Resistono, resistono e resistono. Non parlano nemmeno sotto tortura per non tradire le compagne, restano in galera e non fanno un nome», Fatma è un'attivista del Centro Ararat, conosce il coraggio di cui sono capaci. Le ottomila combattenti dell'Ypj, l'unità di protezione popolare donne, la brigata femminile dell'Ypg fondata nel 2013. Le "guerriere" curde dopo aver lottato contro l'Isis in questi giorni hanno fronteggiato l'offensiva dell'esercito turco che ha invaso Rojava, la provincia a nord della Siria. E sono diventate un simbolo: della resistenza, della lotta per la libertà e anche per la difesa dei diritti conquistati dalle donne. Si battono per non tornare indietro, e in questa battaglia vanno avanti e fanno correre la storia. Guerriere della pace, «combatteremo fin quando non vincerà», hanno scritto nella lettera  a tutte le donne e a tutti i popoli che amano la libertà.
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Nel deserto del Rojava ottomila donne sono agli ordini della comandante Nessrin Abdalla, 38 anni. Sempre in questa provincia sorge il villaggio di Jinvar dove vive una comunità autogestita di sole donne yazide, una piccola comune femminista dove convivono vedove e ragazze madri ripudiate dalle famiglie. «Fino a 45 anni fa le donne curde non avevano nemmeno un nome - ricorda Fatma - le chiamavano la figlia di questo e la moglie di quello. Poi questa schiavitù è stata rotta dal Pkk. E adesso le donne combattono sulle montagne più degli uomini, decidono di fare la resistenza senza chiedere permesso ai compagni. Finché la mia terra non è libera io non sono libera, questo pensiamo noi donne curde. E per conquistare la libertà, loro combattono e rinunciano a sposarsi e ad avere accanto un uomo. Rinunciano a tutto per combattere e diventare libere. Chi sta nel Ypj non può avete un marito e non può bere alcol, la guerra non ammette distrazioni. Se ti distrai rischi di morire. Le combattenti sono innamorate della libertà e di niente altro. Anche una donna brutta se è libera per noi diventa bella». © RIPRODUZIONE RISERVATA