Ufficiale arrestato, dagli affari alle sanzioni: Draghi impone la linea dura

Per Di Maio è "atto ostile" russo

Ufficiale arrestato, dagli affari alle sanzioni: Draghi impone la linea dura
di Marco Conti
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Giovedì 1 Aprile 2021, 01:07 - Ultimo aggiornamento: 18:03

Ciò che rileva dell’«atto ostile» russo, come lo definisce il ministro degli Esteri Luigi Di Maio, è l’immediata pubblicità data all’operazione di controspionaggio. Appena informato sull’esito dell’operazione da Franco Gabrielli, sottosegretario con delega ai Servizi, e dal ministro della Difesa Lorenzo Guerini, Mario Draghi ha voluto che l’arresto del militare italiano e il fermo del diplomatico russo venissero comunicati immediatamente ai presidenti delle commissioni Difesa ed Esteri e al Copasir. E che Di Maio ne chiedesse conto all’ambasciatore russo a Roma.

«L’eccellente lavoro di Aisi e Ros», sottolineato nelle ore successive da molti esponenti della maggioranza, diventa quindi l’occasione per ribadire il perimetro di alleanze dentro il quale si muove la politica estera del governo Draghi. Un “perimetro” saltato con la maggioranza gialloverde del Conte-1 - perennemente oscillante tra Russia e Cina, irridente dell’Europa e della Nato - e rimasto sospeso con il Conte-2 dove non solo si salutarono come «eroi» i medici russi giunti da Mosca in piena pandemia, ma si permise una scorribanda di mezzi russi da Pratica di Mare a Bergamo concordata via telefono da Giuseppe Conte con Vladimir Putin.

Nessuno vuole una rottura diplomatica con Mosca. Anzi, nel governo c’è chi considera controproducente l’aggressività russa svelata dall’operazione dell’Aisi e del Ros. L’Italia, quando si discute a Bruxelles delle sanzioni nei confronti della Russia per l’aggressione alla Crimea, ha infatti cercato sempre una mediazione rispetto a posizioni ben più drastiche. Ma l’azione dell’intelligence russa stavolta è stata colta in fragranza e l’interesse per documenti Nato classificati, già emersa a Napoli con l’arresto tenente colonnello francese, si somma alle continue interferenze russe sulle democrazie europee.

«Europeismo e atlantismo», i due cardini che Draghi ha messo da subito in chiaro sin dalle consultazioni per la formazione del governo, emergono come i due più evidenti segni di discontinuità rispetto al governo precedente e pongono un problema alla Lega di Salvini che fatica ad uscire dallo schema del Metropole e a posizionare il partito nel solco delle liberaldemocrazie. Aver però fatto capire a Mosca che con l’atlantismo dell’Italia non si scherza, serve anche per mandare un messaggio alle molte “vedove” del precedente assetto che emergono non solo nel M5S, ma anche nel Pd. Il post diffuso da Beppe Grillo poche ore dopo l’operazione di controspionaggio, nel quale accusa l’attuale amministrazione americana di «maccartismo» nei confronti di Russia e Cina, svela quanta poco sia cambiata la politica estera grillina e il rammarico di Di Battista lo conferma. Nel Pd è appena arrivato Enrico Letta, europeista ed atlantista al pari di Draghi, ma tra i dem c’è chi continua ad invocare il vaccino Sputnik malgrado il presidente del Consiglio abbia più volte spiegato che i russi non hanno dosi a sufficienza e sia riuscito a convincere persino Salvini che non vale la pena finanziare i laboratori biomedici militari russi.

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Il sostegno

D’altra parte l’attuale governo non ha bisogno del sostegno geopolitico ed internazionale del Quirinale e di Sergio Mattarella proprio perché non intende fare sconti o nascondere vicende spiacevoli come quella di martedì notte. Ottimi rapporti con tutti, compreso con un Paese come la Russia con il quale l’Italia ha rapporti decennali, ma nessun cedimento geopolitico sia verso Mosca, sia verso Pechino. Soprattutto ora che alla Casa Bianca c’è Joe Biden e che la politica estera americana ritorna a quel «multilateralismo efficace» evocato da Draghi nel suo discorso di insediamento.

Anche se alla Farnesina si attendono reazioni da parte russa alle espulsioni di funzionari, non c’è preoccupazione per i rapporti tra i due Paesi che ogni anno realizzano un interscambio di oltre venti miliardi basato da parte russa quasi esclusivamente sul gas. Proprio perché Roma non sta costruendo con i russi un gasdotto, non c’è stato a Roma l’imbarazzo registrato a Berlino quando Biden ha definito «Putin un assassino». Così come non si è esitato ieri a render noto come si comporta il governo di una “democratura”.
 

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