LUIGI DI MAIO

Carabiniere ucciso, l'urlo della moglie: «Tutelate noi, non quei due killer»

Martedì 30 Luglio 2019 di Simone Canettieri
L'urlo della vedova: «Tutelate noi, non quei due killer»

Dal nostro inviato
La portiera della berlina si apre. Davanti c'è il carro funebre. Che aspetta. Gli applausi si sono consumati, i palloncini bianchi già volati in aria. Matteo Salvini, inseguito dal solito codazzo di telecamere e cronisti, poco prima di andarsene si era fatto perentorio: «Prima di partire voglio salutare, la moglie, i fratelli, la famiglia». Inutile specificare di chi. E allora così eccoci qui. In mezzo a questa piazza Italia, frastornata da telecamere, lacrime, divise, sudore, partecipazione e perché. La portiera dell'auto dove è accasciata Rosa Maria si apre quanto basta per favorire la comunicazione. Non c'è bisogno di presentazioni.

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LE PAROLE
La donna, perché d'ora in poi nessuno avrà più coraggio di chiamarla ragazza, parla con il ministro dell'Interno coprendosi il volto con il quadro di Mario per non farsi interpretare il labiale. Si scherma con la grande fotografia che ha fatto il giro di tg e giornali: il vice brigadiere Rega in alta divisa, sorridente e fiero, il giorno del matrimonio, una vita fa. Parla solo lei. E' uno sfogo. Composto, ma deciso. Il vicepremier e titolare del Viminale la ascolta e intanto la fissa, rimanendo sempre piegato sulle ginocchia: «Mario credeva in te, ma non è giusto morire così in una notte di luglio, mentre si sta facendo il proprio lavoro per gli altri. Non è giusto, ministro. Voi dovete stare dalle parte di chi fatica, dovete dare risposte agli onesti: sono loro, siamo noi che esigiamo ragione e giustizia. E io, poi, come faccio adesso? Mario, il mio Mario, era lo Stato. E voi dovete stare sempre con lui. Con noi».

Salvini ascolta questa farmacista che forse lascerà Roma, per restare comunque la moglie del carabiniere, ma a casa sua al Sud. La scorta, il cerimoniale, i carabinieri, i parenti sono tutti bloccati. Nel pomeriggio, contattata dagli amici più cari, Rosa Maria dirà quasi per sdrammatizzare: «Al ministro gliele ho cantate, mi ha sentito». Ma è solo un modo per percorrere certe curve di rabbia che la attraversano come brividi. «Ho detto che Mario credeva in Salvini perché Mario credeva nello Stato e in chi lo rappresentava. La droga, poi. L'ha sempre combattuta, era un esempio per tanti ragazzi, era uno buono, era il mio Mario». Il ministro dell'Interno, dopo il fuoriprogramma se ne va, seguito dalla scorta. In tanti qui, specie gli anziani, lo fermano. Lo toccano. Lo chiamano «presidente». Gli dicono di «non mollare». Per essere alle pendici del Vesuvio l'accoglienza non ha nulla da invidiare a quella riservata a Luigi Di Maio, che è di Pomigliano, a una manciata di chilometri da qui, l'enfant du pays.

A metà pomeriggio, sono rimaste le ultime dirette tv in paese. Nella contrada che porta il cognome del carabiniere ucciso, la famiglia Cerciello si stringe in un pianto che dura da giorni. Rosa Maria è un leone. E tocca sempre a lei fare da ponte con il mondo esterno. Con gli amici stretti tra cui il sindaco Salvatore Di Sarno che la chiamano per sapere come sta, per capire se vuole dire o urlare qualcosa al mondo esterno. «Mario non aveva i soldi si sfoga ancora Rosa Maria - non era come questi due ricchi e viziati. Questi due me lo hanno sfracellato, ammazzato, non me lo hanno fatto tornare a casa vivo. Io quella sera gli avevo anche detto: ma dove vai? Stai a casa, che vai a fare un servizio fuori». Ah, sì poi c'è la storia della foto, del ragazzo americano bendato. Rosa Maria ai suoi amici più stretti anche ieri sera diceva quasi annoiata: «Mario me l'hanno ammazzato, Mario non faceva quelle cose, dava il panino ai criminali. E comunque adesso cosa mi interessa di questa foto? ». Anche se in napoletano si dice in un altro modo.

Ultimo aggiornamento: 16:34 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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