Fecondazione assistita, sentenza storica: sì all'impianto dell'embrione congelato anche se l'ex marito dice no

Fecondazione assistita, sentenza storica: sì all'impianto dell'embrione congelato anche se l'ex marito dice no
di Valentina Errante
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Venerdì 26 Febbraio 2021, 09:20 - Ultimo aggiornamento: 10:05

Quel figlio, desiderato quando erano ancora una coppia, probabilmente, nascerà lo stesso. Anche se lui non lo vuole più e se il consenso alla procreazione medicalmente assistita, che li aveva portati crioconservare alcuni embrioni, appartiene al passato, perché adesso si sono separati. Quell'uomo sarà ugualmente padre, anche davanti alla legge. A decidere la legittimità dell'impianto è stato un Tribunale, quello di Santa Maria Capua Vetere. Il primo in Italia a pronunciarsi su una controversia così delicata.

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LA VICENDA
Il tentativo di avere figli era fallito. Erano cominciati gli accertamenti ed era emerso che il problema non era di Carla (il nome è di fantasia) ma di suo marito. E così la coppia aveva deciso di ricorrere alla Procreazione medicalmente assistita (Pma). Un percorso complesso: il primo tentativo di impianto, come spesso accade, non era riuscito. Ma l'intenzione era di riprovarci per questo altri embrioni era stati congelati. Nel frattempo, però, le cose, all'interno della coppia, non vanno più come prima e il marito decide che il matrimonio è finito. Ma Carla non vuole rinunciare al sogno di diventare madre, vuole andare avanti e così si rivolge ad un tribunale. Che le dà ragione: può impiantare gli embrioni, nonostante la separazione e la contrarietà dell'ex marito.

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LA SENTENZA
«Si tratta di una sentenza destinata a far molto discutere - commenta Gianni Baldini, legale di Carla - perché riconosce il diritto assoluto della donna di utilizzare gli embrioni creati con il coniuge, e poi congelati, anche dopo la pronuncia della separazione e nonostante la contrarietà dell'ex marito». La decisione del Tribunale parte dall'assunto che il consenso dato alla Pma non è revocabile. Secondo la legge 40 sulla Pma, chiarisce infatti Baldini, «il consenso può essere revocato fino alla fecondazione dell'ovocita. L'uomo, anche dopo la fine del rapporto di coppia e la pronuncia della separazione da parte del Tribunale, di fronte alla richiesta della partner di procedere al transfer delle blastocisti nel frattempo crioconservate, non ha alcuna possibilità di revocare il consenso precedentemente prestato e dunque non può giuridicamente impedire alla ex di procedere al tentativo di gravidanza. Dunque, in sostanza, l'uomo deve assumere la paternità giuridica, con tutti i relativi obblighi economici e morali, verso un figlio nato anche a distanza di molti anni dallo scioglimento del matrimonio». Si tratta, rileva, «di una decisione importante per i molteplici profili giuridici ed etico sociali implicati e per il potenziale impatto sulle tante coppie che si separano e hanno embrioni crioconservati per trattamenti di Pma». Il punto è che il consenso dato alla produzione di blastocisti crioconservate in vitro determina, nei fatti, l'assunzione dello status genitoriale senza alcuna possibilità di revoca. La circostanza che il rapporto familiare e coniugale sia venuto meno risulta, dunque, irrilevante e la donna potrà comunque procedere al tentativo di gravidanza. In caso di nascita del figlio, afferma Baldini, «l'ex marito sarà riconosciuto come il padre legittimo e conseguentemente tenuto ad ogni obbligo materiale e morale verso il figlio». Casi analoghi sono pendenti anche in altri tribunali: «Questa sentenza farà sicuramente da aprispista».


LA SCELTA
Quella di Carla non è stata una decisione semplice: «La mia - racconta - è stata una battaglia anche per tante altre donne: credo in coscienza di aver fatto qualcosa di utile per tutte quelle donne nella mia situazione, e per i tanti concepiti in provetta congelati, a cui la legge fino ad oggi non consentiva alternative». Sicuramente, sottolinea, «non è stata una scelta a cuor leggero. Io ho più di 40 anni e per amore del mio ex marito, che aveva problemi di salute, ho deciso con lui di ricorrere alla Pma». E aggiunge: «Ci ho pensato tanto, ma quegli embrioni creati in un contesto di amore - afferma - io non me la sono sentita di abbandonarli in una provetta, e ho deciso almeno di provare a metterli al mondo lo stesso, anche come donna single». E conclude: «Credo non sia giusto venire meno alle proprie responsabilità genitoriali, e per quello che mi riguarda sono contenta che il giudice abbia riconosciuto a me e a nostro figlio, per ora solo concepito, il diritto almeno di provarci».

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