Guerra nucleare, l'ambasciatore Stefanini: «Da Washington messaggio a Zelensky. La difesa è la linea rossa insuperabile»

"Ci sono ancora margini di trattativa sulla Russia, serve il pressing dei Paesi neutrali"

Disastro nucleare, l'ambasciatore Stefanini: «Da Washington messaggio a Zelensky. La difesa è la linea rossa insuperabile»
di Mauro Evangelisti
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Venerdì 7 Ottobre 2022, 23:11 - Ultimo aggiornamento: 8 Ottobre, 11:58

«Per gli Stati Uniti c’è sempre la ricerca di un delicato equilibrio. Aiutare gli ucraini a difendersi ed evitare l’escalation prevenendo eventuali controffensive dell’Ucraina in territorio russo. Ma non penso che Biden stia cambiando i rapporti con Zelensky: proprio nei giorni scorsi ha varato un nuovo corposo piano di aiuti».
L’ambasciatore Stefano Stefanini è senior advisor dell’Ispi, l’istituto per gli studi di politica internazionale; non è sorpreso per le frasi di Biden. Ma invita a non avventurarsi in dietrologie e semplificazioni. 

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Ambasciatore, la Casa Bianca vuole convincere Zelensky a trattare? Il decreto che ha approvato il presidente ucraino, che vieta di negoziare se c’è Putin alla guida della Russia, rappresenta un ostacolo?

«Ad ostacolare la trattativa non è quell’atto, ma l’annessione dei territori decisa da Putin. Il decreto firmato da Zelensky è la risposta alle annessioni. Come può l’Ucraina, che combatte per il recupero dei territori occupati, sedersi a un tavolo con chi li ha appena annessi? Da inizio guerra Zelensky chiedeva di negoziare direttamente con Putin che però ha sempre rifiutato. Che senso ha per l’Ucraina, in questo momento, negoziare a condizioni che darebbero per perso ciò per cui stanno combattendo? Significherebbe avere combattuto per niente dopo avere chiesto grandi sacrifici alla popolazione».

Colpiscono però le frasi di Biden. Sembra quasi dire che è il momento di trattare.

«Il margine di trattativa c’è sempre, ma a condizione che nessuna parte si presenti al tavolo con delle posizioni precostituite che non lasciano alcun margine al negoziato. Biden sui rischi di una escalation non dice cose nuove. Da parte americana si è sempre tenuto un atteggiamento attento, proprio per evitarla, per questo Biden ha sempre escluso un intervento diretto. Non mi sembra ci sia un raffreddamento del rapporto con Zelensky, visto che pochi giorni fa c’è stato colloquio telefonico in cui gli ha promesso un pacchetto di aiuti per 625 milioni di dollari. Biden, però, continua a negare quel tipo di armi che consentirebbero all’Ucraina di colpire il territorio russo perché causerebbero, appunto, una escalation. Come i missili a lungo raggio».

Quindi Biden sta cercando di mantenere uno status di equilibrio.

«Sì, ci ha provato dall’inizio della guerra. Aiuta l’Ucraina a riprendere i propri territori senza però attaccare il territorio russo. Un equilibrio difficilissimo, ma è il motivo per cui sono state rifiutate le forniture di aerei o la creazione di una no flight zone».

Che strada si può percorrere perché riprendano i negoziati?

«Serve una forte pressione sulla Russia da parte di Paesi che sono rimasti relativamente neutrali come la Cina e la India. Questa pressione fino ad ora non si è vista. In una situazione di questo genere gli Stati Uniti e l’Europa possono, nel momento in cui ci sia una disponibilità al negoziato, convincere Zelensky a sedersi al tavolo. Non si tratta di dirgli cosa possa o non possa accettare, ma semplicemente lo si può convincere a parlare. Parimenti, però, paesi vicini alla Russia o di cui la Russia ha bisogno devono convincere Putin. Ci sta provando la Turchia, Erdogan è stato bene attento a mantenere un canale di dialogo e dunque è una voce che Putin ascolta. Purtroppo non basta. Servono anche le pressioni di Cina e India, per fare massa critica. Per ora ci sono stati solo degli inviti nel vertice di Samarcanda, soprattutto da parte di Modi. In questo momento la preoccupazione principale di Xi Jinping è il congresso e la sua riconferma come segretario generale del partito, dunque il terzo mandato. Quando avrà incassato questa riconferma, forse vorrà riprendere a fare anche politica estera e ad avere un ruolo in questo senso».

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