DONALD TRUMP

Regno Unito, Denis MacShane: «Ora Londra diventerà il cavallo di Troia di Trump»

Venerdì 13 Dicembre 2019 di Cristina Marconi
Regno Unito, Denis MacShane: «Ora Londra diventerà il cavallo di Troia di Trump»

Con il risultato di questa sera la Brexit è tutt’altro che risolta: si entra ufficialmente nella Brexiternity. Più che una campagna elettorale è stata una «gara di impopolarità», un voto che «nessuno voleva ma che serviva per definire il futuro del Regno Unito» attraverso una scelta radicale tra un «populista di destra», come ce ne sono molti altri in Europa e un «predicatore di sinistra» che ha tutto ma forse ha fatto ragionare sul perimetro che si vorrà dare in futuro allo Stato per creare una società più giusta. Per Denis MacShane, ex ministro per l’Europa sotto Tony Blair, quelle di ieri segnano la fine di un esperimento durato per troppi anni: il tentativo di avere un Labour guidato da un uomo con idee del Novecento e quello di lasciare l’Unione europea senza danni. Nel frattempo però la leggendaria stabilità politica britannica è venuta meno e «passo dopo passo il Regno Unito è diventato l’Italia». 

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Quali sono le prime conseguenze di questo voto? Lei nel suo libro “Brexiternity” dice che con Boris Johnson non si risolverà tutto subito ma che si entrerà in anni di estenuanti negoziati con la Ue sulle relazioni future, con nuovi temi che susciteranno polemiche e divisioni. 
«Johnson spera che l’accordo di uscita sia la fine della Brexit, ma è solo l’inizio. Trump vorrà che il Regno Unito diventi una colonia e il cavallo di Troia degli Stati Uniti in Europa. Si litigherà su tutto con Bruxelles: diritti di pesca, standard alimentari, statuto della City, i diritti dei cittadini Ue qui e dei britannici fuori. Sarà una Brexiternità di liti e rancori che avveleneranno le relazioni future. Non solo, il contesto cambierà. Sicuramente per gli scozzesi è molto problematico essere guidati da un primo ministro figlio dell’élite del sud del Paese, marcatamente inglese. L’unità del Paese è a rischio. L’Irlanda del Nord è stata di fatto messa da parte, trattata come una parte separata del Regno Unito». 

E sulla Brexit?
«Il Paese è completamente diviso, è diventata una questione religiosa, fideistica. L’uscita dalla Ue la vuole una minoranza molto rumorosa e i Tories hanno parlato a loro. Sulla Brexit sono stati martellanti, mentre i Labour non l’hanno citata mai e hanno cercato di spostare l’attenzione sui temi sociali e sulla sanità. In parte, ad ogni modo, ci sono riusciti, anche se avrebbero potuto iniziare anni fa a spiegare al loro elettorato i benefici di rimanere nella Ue». 

Ma come fa Boris Johnson a piacere nonostante tutti gli errori e le promesse mancate?
«L’operazione per togliere di mezzo Theresa May è stata brutale e senza scrupoli, l’arrivo al potere di Johnson parte da lontano. E’ come un misto di Salvini e Grillo, fa ridere la gente». 

E del Labour, il suo partito, lei cosa dice?
«I laburisti si sono limitati a cantare la canzone socialista, ma hanno fatto una campagna energica, hanno coinvolto i giovani, anche se a memoria d’uomo avere un rabbino capo che dice di non votare un partito perché è antisemita non si era mai visto. Certo, se avessero modulato un po’ il loro messaggio economico, gestito meglio l’antisemitismo e puntato l’indice sulle bugie di Johnson avrebbero potuto anche fare meglio. Ma si sa che il Labour deve sempre passare un decennio all’opposizione per coltivare nuove idee e tornare al governo. E la sua sconfitta è un segnale molto forte alla sinistra di tutto il mondo che la retorica idealista funziona nelle adunate, ma non fa vincere le elezioni.

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