Covid, carabiniere a casa dopo tre mesi di calvario: «In due giorni mi sono ritrovato intubato, non ricordo nulla»

Il brigadiere Pasquale Santoro
di Vincenzo Caramadre
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La febbre, la fame d'aria, la tac che conferma la polmonite bilaterale e la terapia intensiva. Poi il ritorno alla vita. A casa, tra l'amore della sua famiglia. È la storia del brigadiere dei carabinieri Pasquale Santoro. Per tre mesi ha lottato contro il Covid ed ha vinto. Il Brigadiere Santoro di origini beneventane è in servizio alla Compagnia Carabinieri di Pontecorvo dal 1990.

Brigadiere, com'è iniziata la sua battaglia contro il Covid?
«I primi sintomi li ho avuti nel pomeriggio del 25 dicembre 2020, subito dopo il pranzo di Natale è arrivata la febbre. Il tampone l'ho fatto il giorno seguente ed ha dato esito positivo. Dopo due giorni sono stato ricoverato all'ospedale militare del Celio a Roma, da qui la malattia ha galoppato di ora in ora. Nel giro di tre giorni sono stato intubato e trasferito all'ospedale Gemelli, dove sono rimasto intubato per 23 giorni, 12 dei quali attaccato all'Ecmo».

Qual è stato il momento più brutto?
«Sicuramente quando mi hanno messo il casco per provare a farmi respirare autonomamente, in quel momento ho preso coscienza che il Covid aveva attaccato pesantemente il mio corpo. Quello che mi ha stupito e anche oggi mi fa riflettere è proprio questa velocità con la quale il virus aggredisce il nostro corpo: una velocità devastante. In 48 ore sono passato dal respiro autonomo alla terapia intensiva».

Si ricorda il momento del risveglio?
«Ricordo vagamente di aver aperto gli occhi e che i medici mi dicevano di trovarmi all'ospedale Gemelli. Poi pian piano mi hanno informato di tutto quello che avevo subito e i 23 giorni della mia vita di cui non ricordo assolutamente nulla. Quando mi sono svegliato e ho parlato con i miei familiari è stato il momento più bello, la gioia più grande. Grandissima è stata anche l'emozione nel poter risentire e i miei colleghi, i miei amici che non mi hanno fatto mancare la loro vicinanza e non l'hanno fatta mancare soprattutto alla mia famiglia».

Cosa le ha lasciato il Covid?
«Il Covid mi ha lasciato una grande esperienza di vita, un'esperienza in cui ti rendi conto che a contare sono gli affetti e gli amici veri. Mi ha lasciato una grande consapevolezza che non sempre bisogna disperare e poi che nella vita bisogna sempre lottare. Lottare per sé e per le persone alle quali si vuole bene».
Quale messaggio si sente di lanciare, soprattutto ai giovani in questo periodo di allentamento delle misure?
«Sicuramente il messaggio è quello di fare molta attenzione, purtroppo abbiamo di fronte un nemico invisibile che può essere nascosto ovunque. Un messaggio lo rivolgo anche a tutte le persone che ancora tentennano nel credere nella pericolosità del Covid. La medicina, la scienza, gli studiosi ci salveranno da questa bruttissima malattia. Vorrei ringraziare tutta la comunità di Pontecorvo, ogni singola persona che attraverso un messaggio, una telefonata, con un semplice saluto è stata vicina alla mia famiglia ed è stata vicina alla mia battaglia. Grazie ai medici del Celio e del Gemelli che mi hanno curato con umanità e professionalità. Infine il mio sincero ringraziamento va a tutta l'Arma dei Carabinieri laziale, dalla Legione Carabinieri di Roma al Comando Provinciale di Frosinone e non per ultima alla Compagnia di Pontecorvo, che sin da subito hanno seguito la mia vicenda sanitaria e sono stati vicini alla mia famiglia. L'Arma dei Carabinieri è questo: una grande famiglia, pronta ad esserci nel momento del bisogno».
 

Venerdì 14 Maggio 2021, 11:57 - Ultimo aggiornamento: 12:22
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