Ceccano. Il professor Alviti racconta: "Il vero insegnamento è quello che tanti giovani mi hanno regalato"

Giovedì 10 Settembre 2020 di M. Laura Lauretti
Il professor Pietro Alviti all'ingresso del Liceo di Ceccano con l'ex allieva Ilaria Roma, oggi astrofisica all'Agenzia Spaziale Europea
Nome: Pietro. Cognome: Alviti. Marito di Vittoria D’Annibale e padre di Francesco. Professione: insegnante, giornalista (per diversi anni anche sulle colonne de Il Messaggero), blogger, esperto di comunicazione e social media, attualmente anche Presidente diocesano dell'Azione Cattolica.
Dal 1° settembre scorso Pietro Alviti, “l’istituzione del Liceo di Ceccano” è ufficialmente un insegnante in pensione ma tutto quello che ci ha raccontato nell’intervista che segue lascia intendere che (per fortuna) il tempo di riposarsi è ancora molto lontano.
 
Più di quarant'anni dedicati all'insegnamento passando in molte città della provincia. Un ricordo che le affiora tra tanti? 
“Beh, innanzitutto i ragazzi  che mi sono morti, a cominciare dal primo, dalla prima esperienza che ho fatto da questo punto di vista e che mi ha segnato tantissimo. Un ragazzo Carlo Donfrancesco, al ginnasio a Frosinone: aveva 15 anni e si ammalò di leucemia e lì imparai una cosa straordinaria:  imparai che di fronte ad un evento così tragico si può reagire in una maniera umana o addirittura sovrumana, direi celeste  piena di fede. Quello che mi insegnarono i genitori di Carlo Donfrancesco che dopo la morte del figlio scrissero ai compagni di classe di Carlo: ‘voi da questo momento in poi siete i nostri figli’, l’ho poi sperimentato sulla mia pelle:  ho avuto la stessa esperienza di quei due genitori. Loro mi insegnarono che era possibile trasferire la paternità, cioè era possibile in qualche modo diventare padre di tutti i ragazzi che mi erano affidati dalla scuola.  E’ stato un grande insegnamento che ricordo, che metto diciamo così come episodio principale della mia esperienza di insegnante, che è  fatta appunto di tante cose che non ho insegnato ma, invece,  di tante cose che ho imparato direttamente dai ragazzi, ho imparato stando insieme con loro, ho scoperto stando insieme con loro.  Questi anni sono trascorsi in un continuo esercizio del cervello, in un continuo scoprire problemi, porsi questioni, aiutarli a porsi domande. Non dare risposte ma stimolare le domande. Se si fanno domande si trovano anche le risposte: la morte dell’anima sta nella rinuncia a porsi domande. Ecco questo penso che sia stata un po' l'elemento essenziale della mia professione di questi anni passati come insegnante di religione. Anche se la mia formazione era diversa, ho studiato prima filosofia e poi scienze religiose: queste due formazioni diverse mi hanno consentito di rispondere alle tante domande che in questi anni mi sono state poste dai ragazzi. A questo va aggiunta la grande esperienza formativa che ho avuto grazie all'Azione Cattolica, soprattutto quando mi è stato data la possibilità di assumere responsabilità fino a livello nazionale. Questo ha voluto dire confrontarmi con tante realtà diverse dalla mia e  mi ha aperto  la  testa a tante cose diverse rispetto a quelle a cui ero abituato. Se ci pensate bene tutti quanti noi rischiamo sempre il provincialismo: ritenere che il posto dove viviamo sia il miglior posto del mondo e che tutto il resto invece sia pieno di difetti. Ma non è così anzi e bisogna riuscire a capire che non siamo l'ombelico del mondo nessuno è l'ombelico del mondo”. 
 

Citare il liceo di Ceccano porta inevitabilmente a lei, come un vero marchio di qualità. Quando è nato il binomio? 
“Non so se si tratti di un marchio di qualità, so che dal 1993, quando sono arrivato al liceo di Ceccano io mi sono identificato con quella scuola che è diventata la mia casa. I ragazzi mi prendevano in giro dicendo “Ma lei ci dorme qua” nel senso che non mi è mai pesato andarci.
Io dico tranquillamente che devo alla scuola tanti soldi perché ogni giorno della mia permanenza era come stare in una specie di spettacolo, di teatro. Mi ci sono divertito e ho passato anni bellissimi, anche tante esperienze non buone naturalmente, alcune tragiche però veramente tanti anni bellissimi, tante giornate bellissime con tutte le generazioni che mi hanno accompagnato in questi 27 anni passati al liceo. Penso siano stati un dono straordinario: certo, ho avuto la fortuna che i dirigenti che si sono succeduti al liceo di Ceccano mi abbiano lasciato fare, diciamo così, le cose che mi piaceva fare che le proposte che abbiamo fatto sono state tantissime che hanno consentito a questa scuola di un piccolo paese di provincia di diventare un punto di riferimento per la scuola in Italia in maniera particolare per quanto riguarda l’innovazione e l'utilizzo delle tecnologie nella didattica. Pensate nel 1999 il liceo di Ceccano, quindi 21 anni fa, aveva tutto l'edificio collegato in wireless. Era veramente una cosa assolutamente innovativa e poi naturalmente questa tendenza all'innovazione è continuata anche con tanti premi che sia la scuola di per sé sia i ragazzi che l'hanno frequentata sono riusciti a conseguire in questo settore  di applicazione delle tecnologie alla didattica e alla vita”.

 
In questi giorni tanti studenti le hanno reso omaggi social, foto ricordo, dichiarazioni di affetto. Addirittura il professor Federico Palladini, che è stato prima un suo allievo e poi un suo collega, le ha dedicato una canzone.  In ogni messaggio c'è un ringraziamento rivolto alla lezione di vita ben oltre il contributo didattico. Si riconosce in questa citazione speciale?
“Beh, sono dichiarazioni che mi fanno onore, mi inorgogliscono: sentirsi dire che sono stato per loro un punto di riferimento, sono stato... Ecco io ci sono stato, questo sì, di questo sono sicuro, non mi sono mai tirato indietro non c'è stato mai un momento in cui ragazzi abbiano potuto dire:  ‘Che fine ha fatto, perché non c'è?’ Anche nei momenti più duri io ritengo che gli insegnanti debbano stare con i loro allievi anche quando non ne condividono le posizioni. Ci sono stati anni in cui c'erano le occupazioni nella scuola: uno stava lì anche con la scuola occupata, stavi insieme con i con i tuoi allievi. Penso che  un insegnante debba farlo: non è possibile pensare al lavoro dell'insegnante come qualcosa che si può limitare nell'orario del contratto. Io so che questa cosa  non trova d'accordo tanti miei colleghi che dicono Io sono pagato per quelle ore faccio quelle ore. Penso che il mestiere dell'insegnante, la professione dell'insegnante come tutte le professioni che hanno cura delle persone non possa avanzare questioni di orario. Nel momento in cui c'è necessità  bisogna starci, indipendentemente dall'orario. Probabilmente le condizioni della vita mi hanno avvantaggiato da questo punto di vista, ci sono colleghi che magari non hanno la stessa disponibilità ma ce ne sono tantissimi che vivono questa professione, che fanno l'insegnante in questa maniera qui. Quindi penso che questa citazione non so se sia meritata o no, però mi inorgoglisce mi fa sentire come uno che comunque questi anni li ha giocati, ha trafficato i suoi talenti nel modo migliore possibile. Spero di poter continuare in qualche maniera”. 
 
Dal liceo di Ceccano sono usciti tanti studenti che da grandi hanno intrapreso carriere brillanti. Molti di loro la indicano come l'insegnante più importante, il primo ad individuare in loro passioni professionali. È così?
“Anzi direi che ho sempre tentato di andare a prendere il talento che c'è nei ragazzi che a volte è nascosto perché in fin dei conti la scuola che fa? Che cosa misura?  Misura se sai scrivere, misura se sai articolare un discorso, misura se sei capace di affrontare una questione, dibatterla.  Ma ci sono tante altre cose che i ragazzi sanno fare:  sanno esprimersi magari con la musica sanno esprimersi con il disegno sanno esprimersi con la poesia sanno esprimersi con le arti multimediali. Ecco questo penso di sì, ho fatto, cioè ho tentato in  questi anni di valorizzare ciascuno. In moltissimi casi non ci sono riuscito non me ne sono accorto: questo è il dramma della scuola, puoi non accorgerti del ragazzo che hai di fronte. C'è una espressione che io utilizzo sempre un'espressione che sta alla radice di un atteggiamento pedagogico importante. Nel Vangelo di Marco al capitolo decimo si dice che Gesù viene fermato da un giovane,  il  cosiddetto giovane ricco che gli chiede che cosa deve fare per avere la vita eterna, ha sempre osservato i comandamenti, però lui vuole essere, ecco la parola interessante, vuole essere perfetto. L'evangelista allora fa fare a Gesù tre azioni prima delle  parole famose ‘va’ vendi tutto quello che hai e dallo  ai poveri’. Utilizza tre verbi nell'ordine; lo guardò, lo amò e gli disse. Ecco quello che normalmente un insegnante fa è parlare. Invece un insegnante deve fare in maniera tale che questo suo discorso sia preceduto dagli altri due verbi nel giusto ordine indicato da Gesù e cioè lo guardò, quindi uno deve capire chi ha di fronte.  Lo deve amare prima di parlare indipendentemente da quella che sarà poi la risposta del ragazzo che sarà il risultato del ragazzo che sarà quello che il ragazzo vorrà fare e poi soltanto dopo averlo guardato e capito  e dopo averlo amato, allora soltanto dire. Invece la tentazione che abbiamo come insegnanti è sempre quella di dare consigli, di parlare, di dire, bisogna fare così, no stai sbagliando, eccetera eccetera e con lo sguardo l’amò e gli disse: ‘ti penso’. Che questa possa essere un elemento di pedagogia semplice ma estremamente importante per ogni per ogni insegnante”.
 
Non solo scuola, Pietro Alviti è anche tanto altro. La politica, per esempio, è stato un impegno che lo ha impegnato qualche anno fa, vero? 
“Si sono stato consigliere comunale da ragazzo non capivo quasi niente. Anche quella è stata una esperienza estremamente formativa lo sono stato dal 1975 al 1980 poi sono stato candidato per un'altra volta ma non sono non sono stato rieletto. Fui il primo dei non eletti e poi sono stato candidato anche al consiglio provinciale. Quindi ho fatto nella Democrazia Cristiana tanti anni di partecipazione politica attiva. Poi sono stato Presidente del Distretto Scolastico per tanti anni ma io ritengo che la politica faccia parte della vocazione di un uomo, cioè non è possibile non fare politica  in tante maniere. Naturalmente io penso di aver fatto politica  nel senso di aver costruito un modo di  relazionarsi fra cittadini all'interno del liceo di Ceccano, cercando di valorizzarne le regole di farle comprendere e di capire perché mai ci si dovesse comportare in un modo piuttosto che in un altro. Questa è la politica in una scuola nel nostro territorio che non è soltanto una scuola: non è la stessa cosa andare a scuola al Visconti a Roma e al liceo di Ceccano, non è la stessa cosa perché un alunno di un liceo del centro di Roma naturalmente o del centro di Milano, di Padova, di Bologna ha tante opportunità che invece un piccolo paese come il nostro non riesce a dargli. Tante opportunità di arricchimento la sua della sua cultura. Certo, i mezzi di comunicazione di oggi consentono di avere tante altre opportunità però è la scuola che devo offrire queste opportunità e la scuola che deve portare un ragazzo al teatro all'opera e la scuola che gli deve fare incontrare la musica e lo sport; è la scuola il luogo in cui si promuove la cultura, si promuove la capacità di ragionare, si promuove la possibilità di confronto fra le idee. E questa cosa nel liceo di Ceccano c'è sempre stata. Quante volte i ragazzi mi chiedevano perché ormai vengono tutti a parlare qui da noi.  E’  un po' la scuola che cercava le persone, per farli incontrare con i ragazzi: questo penso che sia un elemento essenziale che possa aver costruito anche tante personalità interessanti”. 
 

Di Pietro Alviti e di sua moglie Vittoria D’Annibale è soprattutto l’intuizione e la promozione da un decennio del festival Francesco Alviti, un gioiello artistico culturale che guarda alle future generazioni.
“Il festival è un'applicazione, come dice mia moglie, delle virtù teologali alla nostra vita. Perdere un figlio non è qualcosa che appartiene alla natura. Alla natura appartiene il fatto che siano i figli a seppellire i loro i genitori, non il contrario. Non c'è neanche un modo di chiamare una persona che rimane senza figli: c'è il vedovo, c'è la vedova, l'orfano, ma non c’è la parola per definire chi è rimasto senza figli. Le virtù teologali sono quell'elemento  che consente all'uomo  di arrivare a Dio e sono la fede, la speranza e la carità. Ecco il festival è l’espressione di questo, cioè la possibilità, con tutti i suoi difetti, con tutta la sua pochezza perché poi si basa soltanto sull'amicizia dei tanti che conoscevano Francesco, che ne hanno goduto in quei 22 anni della sua esistenza, e che però lo continuano a ricordare, cercando di costruire una cosa bella; un luogo, un tempo in cui è possibile per chi vuole  poter passare delle serate con bellissima musica, nel segno dell'Armonia e soprattutto con tanti giovani. Quella tragedia si è trasformata in una esaltazione della musica dell'amicizia della capacità di ricordare della possibilità di vivere in una maniera armoniosa e serena come spero di poter vivere anche questi anni che mi separano dal ricongiungimento a Francesco”. 
 
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