Rapinato in casa, il racconto choc in aula: «Io ridotto in fin di vita per cento euro»

Rapinato in casa, il racconto choc in aula: «Io ridotto in fin di vita per cento euro»
di Vincenzo Caramadre
3 Minuti di Lettura
Mercoledì 13 Ottobre 2021, 09:44 - Ultimo aggiornamento: 11:54

Gli offre un tetto per dormire, ma lui lo riduce in fin di vita e lo rapina. Testimonianza choc, ieri al Tribunale di Cassino, di un imprenditore di Pontecorvo, C.M., 60 anni, vittima di una brutale aggressione avvenuta a fine novembre dello scorso anno in un abitazione alla periferia di Pontecorvo. «Ricordo i pugni, i calci ovunque: poi sono svenuto», sono state le parole della vittima.

A processo, dinanzi al collegio penale del Tribunale di Cassino, per quella rapina fruttata qualche centinaio di euro è finito un nigeriano di 24 anni che l'uomo avrebbe aiutato e ospitato nella sua abitazione di campagna.

La vittima (assistita dall'avvocato Attilio Turchetta), rispondendo alle domande del pubblico ministero Alfredo Mattei ha ripercorso in aula i terribili minuti dell'aggressione, fino allo svenimento.
«Quel ragazzo - ha detto l'imprenditore - era in un centro di accoglienza a Pontecorvo, ma poi è stato messo fuori.

Qualcuno me lo ha presentato e l'ho aiutato. Gli ho offerto qualche piccolo lavoretto, ma era in difficoltà e l'ho ospitato nella nostra casa di campagna in località Tore», ha spiegato il pontecorvese. Poi ha aggiunto: «Gli ho detto che poteva stare lì tre, quattro giorni. Qualche giorno dopo sono andato nell'abitazione e lui era ancora lì, a quel punto gli ho detto che avrei chiamato i carabinieri, ma non appena ho tirato fuori il telefono è scattata l'aggressione. Calci e pugni, poi non ricordo più nulla. Sono svenuto».

Ritrovato dai familiari

A ritrovare in fin di vita l'imprenditore, dopo diverse ore, furono i familiari. È rimasto in un letto d'ospedale a Roma per tre mesi, ora non è più la stessa persona. Porta sulla propria pelle i segni della violenza, ma non ha perso la determinazione.

In aula, quando gli è stato chiesto di riconoscere il suo aggressore non ha avuto dubbi: «È lui», indicando il 24enne.
All'extracomunitario, finito a processo per rapina, sequestro di persona e tentato omicidio, viene contestata la circostanza di aver chiuso all'interno dell'abitazione la vittima in fin di vita e di aver spezzato la chiave della porta nella serratura per impedirgli di uscire.

Ebbene, sempre ieri in aula, è stato ascoltato il fabbro che ha confermato la compatibilità tra il pezzo di chiave recuperato all'interno della serratura e il pezzo mancante della stessa chiave trovato nel borsello dell'extracomunitario al momento dell'arresto. A fermare l'uomo, il 4 dicembre dello scorso anno, furono i carabinieri del nucleo operativo di Pontecorvo.

L'imputato si difende: «Non ero io»

Ieri in aula il tenente Giovanni Fava ha ripercorso le fasi delle indagini, soffermandosi sulle attività tecniche di tracciamento delle celle telefoniche agganciate dall'utenza del nigeriano. Dopo l'aggressione a C.M. avrebbe girovago, prima a Roma, poi a Napoli, infine a Pontecorvo, dove gli furono strette le manette ai polsi.

L'imputato pochi minuti prima della fine dell'udienza ha chiesto di poter parlare. Ha rilasciato brevi e spontanee dichiarazioni:«Chiedo scusa, non sono stato io, voglio il confronto in aula». Il Tribunale si è riservato di concedere il confronto, la prossima udienza di ci sarà il 30 novembre prossimo.
 

© RIPRODUZIONE RISERVATA