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Giulio Sapelli
Giulio Sapelli

L’analisi/ Materie prime, non solo Covid dietro il boom dei prezzi

di Giulio Sapelli
5 Minuti di Lettura
Giovedì 17 Giugno 2021, 00:07

Il boom dei prezzi delle materie prime non è solo l’effetto indiretto della paralisi mondiale provocata dal Covid. Dietro il fenomeno c’è altro. Il caso dell’acciaio è emblematico. 
Ma cominciamo dall’effetto Covid. Durante i primi mesi della pandemia, le aziende hanno rallentato, quando non azzerato, gli ordini di pressoché tutte le materie prime e si sono limitate a sopravvivere, con l’effetto statistico di far registrare un forte calo del prezzo del petrolio. Superata la fase acuta della pandemia, le imprese si sono letteralmente avventate sulle materie prime, non solo per tornare a produrre ma anche per alimentare le proprie scorte.

Di qui sia l’impennata dei prezzi sia la carenza dell’offerta, con strozzature nelle catene logistiche, forte aumento dei noli e conseguente difficoltà di finalizzare le merci. Una situazione emblematica, che disvela come la società, prima che l’economia, non è immateriale e liquida, né tanto meno virtuale, ma è costituita dalla materia, dalle materie prime, dalle risorse terrestri. Per avere un’idea degli effetti provocati da questo “risveglio” basti fare riferimento, per esempio, al prezzo della ghisa, passato da una media di 319 euro per tonnellata nel settembre 2020 a 521 euro nel maggio del 2021. E che dire dell’acciaio, il cui prezzo in pochi mesi si è impennato fino al 150%? Tutto ciò, come detto, è però una situazione dovuta solo in parte al Covid.

Tutte le materie prime – non solo quelle che alimentano la siderurgia – sono infatti sotto pressione ormai da tempo: non si trovano come e dove si vorrebbe che fossero e perciò occorre trasportarle da luoghi sempre più lontani, anche perché la globalizzazione ha portato con sé uno sfilacciamento dei rapporti di vicinanza territoriale in molte catene di produzione e di distribuzione. Quanto all’acciaio, esso è fondamentale per tutta la manifattura, ma è anch’esso soggetto a crisi di reperibilità delle cosiddette “materie prime in ingresso”, ovvero il minerale di ferro e il rottame. Una circostanza che incide non poco sulle oscillazioni del prezzo alla produzione.

E qui veniamo a qualche considerazione di politica internazionale. Va anzitutto osservato che la produzione mondiale di acciaio è rimasta sostanzialmente costante negli ultimi anni, con la Cina che rappresenta il 56% del totale e che ha incrementato in questo ultimo anno la sua produzione del 7% nonostante sia stato il primo Paese a venire colpito dal Covid. 

Nel primo trimestre del 2021, d’altro canto, gli Stati Uniti hanno diminuito la produzione siderurgica del 5%, il che significa che anche le loro importazioni sono fortemente cresciute. Ne è prova il fatto che la Turchia negli ultimi mesi del 2020 è riuscita a penetrare il mercato americano nonostante una barriera di protezione che prevede un dazio del 25%. 
Mentre tutto questo accadeva, l’Europa, in virtù del Green New Deal, dichiarava di voler procedere a una robusta decarbonizzazione della produzione di acciaio, puntando su altre forme di energia, o meglio di vettori energetici, come l’idrogeno. Ma per iniziare questa transizione, occorrerebbe passare dal cosiddetto ciclo integrale di produzione al modello elettrico, facendo aumentare la richiesta di rottame di ferro. C’è però un problema: di recente la Cina ha imposto un dazio del 40% all’esportazione di questo materiale e lo stesso hanno fatto Russia e Ucraina. L’Europa, al contrario, ha continuato a esportare il suo rottame per un totale di 17 milioni di tonnellate ogni anno. Insomma, una situazione complessa che ben giustifica l’elevata temperatura che ha colpito il settore.

Sicché molti operatori europei ora vivono momenti di forte incertezza, con il rischio di una ulteriore deindustrializzazione del settore. Il tutto dimenticando che il nuovo e vero problema geopolitico che si porrà con l’avvento delle industrializzazioni a idrogeno ottenuto attraverso l’elettrolisi, sarà quello dei materiali che si usano per provocare il processo di scissione. Per produrre questo fenomeno fisico-chimico su larga scala occorrono quantità molto ingenti di minerali pregiati quali il rutenio, il platino e l’iridio, che fino ad ora sono stati considerati i migliori catalizzatori nel processo di scissione dell’acqua.

Ed ecco il nuovo aspetto che assumerà la questione del prezzo delle materie prime. E’ pur vero che sono in fase di implementazione ricerche sui catalizzatori dei metalli a basso costo come ferro e nichel, che accelerano la reazione chimica richiedendo meno energia. Ma non si considera che questi elementi sono tra quelli considerati rari. L’iridio, lo ricordo, si trova allo stato nativo legato al platino e ad altri metalli del gruppo del platino nei depositi alluvionali. Anche il rutenio è tra i metalli rari e si trova come metallo libero spesso associato al platino, all’osmio e al già richiamato iridio, in Nord e Sud America, ma solo in Sud Africa si trova in discreta quantità. Basti dire che se ne estraggono solo 12 tonnellate l’anno, con riserve stimate in circa 5.000 tonnellate.

Tutto ciò per dire che questa tensione sulle materie prime, non solo su quelle che servono a produrre l’acciaio, non sarà di breve durata, molti fattori ne condizionano il mercato e spesso i dazi sono “responsabili” solo in parte.

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