Giulio Sapelli
Giulio Sapelli

Noi e gli altri/I giallo-verdi in fuorigioco nella sfida Europa-Usa

Giovedì 4 Luglio 2019 di Giulio Sapelli
Gli avvenimenti che hanno caratterizzato il rapporto tra le istituzioni europee non elettive (Commissione, Consiglio e Banca Centrale) sono una pagina antologica di un lavoro diretto a illustrare come si possa danneggiare quello che Dino Grandi definiva «l’interesse prevalente» di una nazione, in questo caso fondatrice dell’Unione Europea, come l’ Italia. Ciò è avvenuto in primo luogo perché le classi politiche al potere tale interesse prevalente non lo condividono e parte di esse neppure lo conoscono. E in secondo luogo perché sono state sottovalutate le conseguenze future di una tale colpevole ignoranza. 
L’Italia era ed è sottoposta a una pressione fortissima affinché ottemperi all’obbligo di rispettare i parametri dei Trattati e dei Regolamenti europei (in questo caso il fiscal compact). Essi sono contestabilissimi scientificamente ma costituiscono, finché non si modificano, una sorta di percorso obbligato. La modifica è un lavoro possibile e necessario, ma lungo, impervio e che si può raggiungere solo con un paziente e saggio lavorio diplomatico. Tutto il contrario di ciò a cui assistiamo da molti mesi a questa parte e l’essere sottoposti a una possibile procedura di infrazione e non aver fatto abbastanza per tranquillizzare politicamente - prima che economicamente (i tempi erano e sono troppo brevi) - le cuspidi del potere franco-tedesco, non ha certo facilitato il lavoro dei protagonisti della trattativa.

Protagonisti individuali, non un gruppo dirigente unito e coeso e questo ha vieppiù indebolito la posizione italiana. 
Si è così non completamente colto il formidabile e inusitato sostegno che la più alta carica dello Stato ha reso manifesto nei confronti non tanto del governo, ma della nazione, sottolineando la capacità economica dell’Italia e appoggiando con grande rigore intellettuale gli sforzi dei protagonisti diretti delle negoziazioni economiche: la procedura di infrazione non a caso è stata scongiurata e questo ci consente di guardare al futuro con più ottimismo se sapremo riparare ai danni diplomatici compiuti in questi mesi, aprendoci a un nuovo confronto con i vertici europei. La presenza di un Ministro degli Affari Europei appare sempre più indispensabile...

In ogni caso l’accordo raggiunto conferma che l’asse franco-tedesco è il solo punto di centralizzazione economica e politica possibile nell’agone internazionale. Si sono determinate, del resto, tutte le condizioni per fare ciò: si è scavato ancor più il solco che divide l’Europa dagli Usa dai tempi di De Gaulle (il macronismo altro non è che un nuovo gollismo ammorbidito ma altrettanto non negoziabile); si è aperta la strada all‘imperialismo da debito cinese con la resa portoghese, greca e italiana alla sua aggressività, in primis in quell’Africa che altro non è che il futuro possibile dell’Europa. Il conflitto con gli Stati Uniti non fa che accrescersi oltre i problemi della sicurezza e della Nato perché investe il campo delle politiche economiche europee fortemente osteggiate dagli Usa a partire dalle questioni commerciali, che sono all’ordine del giorno soprattutto per quel che concerne la Germania. Washington vede nella necessità di mutare la politica economica europea come una condizione vitale per impedire l’arrivo della deflazione secolare promossa dalle politiche di austerità anche sul continente nord americano e nel mondo. 
I rapporti tra Francia e Germania hanno trovato oggi una collocazione instabile ma certo si sono espressi con la formidabile forza della ragione storica, secolare, dei rapporti di potenza ineludibili. Con la Brexit in campo solo una stabilizzazione ricercata continuamente può impedire il tracollo politico, prima che economico, dell’Europa. La presidente della Commissione Ue appena eletta è l’incarnazione perfetta di ciò che qui si afferma. Già ministra della Famiglia e della Difesa tedesca, Ursula von der Leyen, figlia di Ernst Albrecht, uomo politico democristiano tedesco e fine intellettuale protestante, ha frequentato le scuole europee in Belgio ed è cresciuta nel seno stesso delle istituzioni europee. Ella rappresenta quella particolarissima classe dirigente tedesca che nel dopoguerra ha intimamente legato la sua formazione intellettuale alla nuova politica europea: l’Europa intesa come estensione, realizzazione, della forza culturale, prima che economica, tedesca in un rapporto continuo e di prossimità con la cultura e l’economica francese. E’ quindi l’incarnazione del Centro cristiano tedesco così come si è affermato in una storia secolare. Storia che ora deve giungere a trasformare sia la Germania sia la Francia se si vuole che l’Unione politica europea continui a essere una possibilità e non solo una utopia federalista.
Su questa base la difesa della politica di austerità e di rigore sarà ancora più inflessibile. Un risultato, quest’ultimo, che avevo previsto come effetto contro intuitivo delle politiche italiane sin qui seguite in questi ultimi mesi che hanno visto la sconfitta clamorosa delle politiche dei neo nazionalismi di destra. La conferma di ciò è disvelata pienamente dalle altre nomine. Il socialista Frans Timmermans e la liberale Margrethe Vestager saranno i vicepresidenti vicari della Commissione Europea e anche in questo caso la riaffermazione di una politica economica che ha trovato solo in Mario Draghi un suo correttivo trova conferma. Tanto più allorché anche l’altra nomina centrale nell’equilibrio di potenza europea è una riaffermazione della centralità dell’asse franco-tedesco in funzione anti Usa: alla guida della Bce ecco la francese Christine Lagarde, attuale direttrice del Fondo monetario internazionale, difenditrice altrettanto radicale delle politiche di austerità che il Fondo ha praticato con effetti disastrosi in tutto il modo negli ultimi anni con una pervicacia che sfugge a ogni critica, come quelle che furono del suo Chef Economic Officer dal 2008 al 2015: Olivier Blanchard. Quest’ultimo - va ricordato - nel corso del Festival dell’Economia di Trento del 2018 ebbe così a dichiarare: «Per l’Europa il tempo dell’austerità è finito. Le regole budgetarie sono complicate e superate: vanno ripensate».

Nulla di tutto ciò avverrà e qui si giocherà il futuro dell’Europa. L’asse franco-tedesco ha retto tanto da affidare all’alleato nazionale più forte della Germania (la Spagna in tutte le sue storiche famiglie politiche) l’incarico di Alto rappresentante per la politica estera al posto che era di Federica Mogherini: Joseph Borrell (una vittoria del premier spagnolo Sanchez). Alla presidenza del Consiglio va il premier liberale belga uscente Charles Michel, con una conferma sia dell’asse franco-tedesco sia della continuità di cui sopra si diceva. La linea di Macron, di riaffermare l’asse franco-tedesco ridando spazio alle famiglie politiche europee si è compiuta. Anche se esse sono in via di decomposizione e ricomposizione continua, rimangono i soli spazi di manovra possibile per allocare con legittimazione le cariche non elettive. Questa necessità di non affidarsi totalmente al potere tecnocratico è stata confermata sia dalla nomina di Michel al Consiglio Europeo, sia da quella dell’italiano David Sassoli alla Presidenza del Parlamento europeo. 

Si tratta tuttavia di riaffermare, nell’ambito del potere tecnocratico, un potere escludente, ossia scegliendo tra le famiglie politiche delle altre nazioni come se si esercitasse su di esse un protettorato, come in tempi meno fausti accadde da parte della Germania sulla Francia. Si è ripetuto in questo modo una violazione del principio delle buone maniere, con una riaffermazione esagerata del conflitto politico in corso in Europa e da cui le istituzioni europee non dovrebbero essere protagoniste in forma così diretta. Eppure anche questa volta si è voluto esercitare quell’imperio tecnocratico non legittimato che avevamo già visto porre in campo con Donald Tusk allorché lo si era nominato Presidente del Consiglio Europeo in sfregio al volere del governo polacco allora in carica che manifestò tutta la sua contrarietà per la nomina di un oppositore. Sono manifestazioni di forza che dovrebbero essere evitate, soprattutto se applicano la linea macroniana. Il ritorno alle famiglie politiche in trasformazione viene visto dalla direzione francese come lo strumento migliore per co-governare un rapporto che si vuole che sia continuamente instabile, ossia che consenta mediazioni continue e la creazione di un sistema di pesi e di contrappesi, di compensazioni di interessi segmentati e di superamento di blocchi nella ricerca di un consenso che andrà raggiunto volta a volta più efficacemente di quanto oggi non sia.

Tutto quanto abbiamo fin qui detto apre tuttavia un discorso immenso e che è possibile solo evocare. Questa soluzione che si è ricercata e trovata in merito alle cariche non elettive (Sassoli sta a sé e va inteso come premio compensativo più che all’Italia piuttosto  al fronte della politica italiana meno in urto con la politica economica europea incarnata dal fiscal compact) apre un nuovo conflitto con gli Usa. Essi raccolgono infatti i malumori degli esclusi dall’accordo: in primis gli Stati ex sovietici. L’Italia perde su tutti i fronti: su quello europeo perché ha sprecato un’occasione preziosa (e qui mi riferisco alla Lega) di trasformare una sconfitta in un riposizionamento virtuoso aprendo relazioni con il Partito Popolare Europeo che rimane l’orizzonte più idoneo per dare dimensione internazionale alla politica leghista. E ha disvelato una debolezza costitutiva delle classi politiche più giovani che compongono il governo attuale (i 5Stelle) che hanno disvelato un’incapacità di esprimere una posizione politica all’altezza del compito a cui erano chiamati. Se si aggiunge a ciò che esse sono protagoniste di quell’incredibile danno che stanno infliggendo all‘industria e alla nazione italiana con le loro posizioni giustizialiste e immotivate in merito all’Ilva, la loro crisi storica si rende manifesta ben prima di quanto in molti avevano ipotizzato.

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