Giulio Sapelli
Giulio Sapelli

Schemi vecchi e realtà nuova nella corsa ai vertici Ue

Giovedì 30 Maggio 2019 di Giulio Sapelli
Il Financial Times di ieri così titolava in seconda pagina: “Lame duck complicate EU decision making” (ovvero, l’anatra zoppa complica il processo decisionale dell’Ue). E bene esprimeva il rito di passaggio in cui la Commissione e il Consiglio d’Europa sono immersi. Il risultato del voto di domenica - specie quello italiano - è stato di una chiarezza inequivocabile sul piano dei numeri: il centro tedesco, cattolico e protestante, al quale sono aggregati gli Stati baltico-anseatici mantiene il punto nonostante l’emorragia di voti e così si distacca dalla socialdemocrazia europea e in primis tedesca che, invece, si sta inesorabilmente sgretolando. 

Al suo fianco si elevano i partiti e le culture neo globaliste e neo ecologiste-intransigenti del liberismo economico e della filosofia dei diritti senza obbligazione morale: i verdi e i liberali guidati da un leader internazionale come Guy Verhosfadt che diverranno i veri punti di equilibrio del nuovo parlamento europeo. Tutto ciò si riverbererà sulla composizione della Commissione, sin da subito impegnata in un complicato lavoro di attribuzione secondo tabelle a doppia entrata (sull’ascissa gli Stati nazionali, sull’ordinata i partiti) per attribuire i posti di comando nelle caselle dei commissari. Il governo italiano è anch’esso impegnato in questo esercizio da manuale Cencelli.
Un manuale che i democristiani italiani hanno esportato in tutto il mondo, contribuendo al suo ordinato dissolvimento. 

Attenzione, però. Sarebbe assurdo sostenere - come già qualche capitale europea sta facendo per accaparrarsi più nomine possibile - che l’Italia ha ottenuto per lunghi anni un posto di comando essenziale e ben più importante dei commissari: Mario Draghi alla presidenza della Bce. Chi si occupa di economia sa bene, infatti, che Draghi all’Eurotower, più che rappresentare l’Italia ha lavorato soprattutto per la difesa dell’euro, imponendo non senza fatica ai riluttanti tedeschi e olandesi una politica di espansione della liquidità e di sostanziale irrobustimento degli istituti bancari - anche a costo di penalizzare il suo Paese - affinché non fosse interrotta l’erogazione del credito alle imprese e alle famiglie in misura ben più consistente di quanto sarebbe accaduto se tali interventi non fossero stati effettuati.

È pur vero che l’Italia aveva poi ottenuto una carica istituzionalmente rilevante come quella dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri affidata a Federica Mogherini, i fatti hanno però dimostrato che essa è rilevante simbolicamente, ma di fatto ininfluente in una Europa priva di una propria potenza militare, come si è ben potuto constatare durante le crisi balcaniche e iraniane che si sono succedute in costante polemica con l’alleato americano in merito all’attività della Nato e alla politica di contenimento della Cina che è clamorosamente mancata. 

Peraltro, la discussione attualmente in corso nell’ambito del governo sul posizionamento che l’Italia può rivendicare sul fronte della Commissione, è fortemente indebolita dalla profonda riflessione che sta scuotendo la cuspide del movimento Cinquestelle dopo il tracollo elettorale. Un tracollo che non è estraneo alla sua trasformazione da movimento in partito, trasformazione ormai inderogabile e che avviene con gli sperimentati modelli già descritti nei libri seminali di Francesco Alberoni sull’evoluzione dei movimenti collettivi in partiti. Il tutto complicato dal fatto che il movimento guidato da Luigi Di Maio non è di massa se non nelle elezioni, convivendo questa dimensione con quella ristretta e verticale degli elettori dei candidati da proporre - attraverso piattaforme mediatiche private - in una competizione elettorale che più pubblica non potrebbe essere. Difficile parlare di democrazia diretta, difficile parlare di democrazia.

Dal canto suo la Lega continua a orientare la sua direzione politica verso un’alleanza con in nazionalisti austriaci, polacchi e ungheresi che se possono rivelarsi temporanei alleati sul fronte migratorio - sebbene anche qui i comportamenti equivoci non manchino - sono i principali avversari dell’Italia in ordine al confronto sulle politiche economiche. Non va però sottovalutato che la Lega è l’unico partito italiano a non aver votato il fiscal compact, ed è questo il suo vero punto di forza ora che la negoziazione si sposta nelle alte burocrazie europee: non sarà infatti il computo dei voti (se così fosse, i cosiddetti sovranisti conterebbero assai poco vista la loro irrilevanza numerica) a determinare i nuovi orientamenti delle politiche Ue, bensì un esercizio adeguato del soft power nei confronti di un gruppo di commissari che dal poco che si percepisce ancora non hanno colto la mutazione dell’asse politico europeo. Tutto deve cambiare. Sia chiaro, nessun verde, nessun liberale, nessun conservatore vorrà mai accettare una politica per gli investimenti europei tout court, nessuno di loro vorrà condividere una politica di mutualizzazione dei debiti o di unione fiscale à la Macron. Il che porta a concludere che l’Italia deve affinare la propria stategia di pressione.

Un inciso a proposito Macron: l’essere riuscito in così poco tempo a dividere Parigi e l’Ile de France dalla Francia, così regalando la vittoria alla signora Le Pen su tutto il territorio francese, è un capolavoro unico, che gli costerà quanto prima l’isolamento politico anche in Europa.
Insomma, avanza un po’ ovunque lo sgretolamento sociale. Di questo ci si dovrebbe occupare. Del resto è ciò che preoccupa anche il presidente uscente Jucker, che non a caso - nella sua intelligenza democristiana - sostiene che di fronte all’imminenza di una Brexit ormai quasi certa, non è tempo di sottoporre l’Italia a procedure di infrazione o altre simile pillole punitive da pilota automatico. Quali che siano i nuovi equilibri elettorali, c’è un significato politico che va oltre il voto di domenica: è di questo significato politico profondo, e non estemporaneo, che bisogna cominciare a discutere. A Bruxelles come a Berlino, come a Parigi, come a Roma.
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