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Mario Ajello
Mario Ajello

Gay Pride, l’esibizione che amplifica le diversità

di Mario Ajello
3 Minuti di Lettura
Domenica 12 Giugno 2022, 00:12

Hanno avuto la loro importanza i Gay Pride, che lanciavano un grido di visibilità e di libertà, e rompevano totem e tabù. Ma c’è da chiedersi a questo punto, quando la società aperta fa ormai convivere i diritti di tutti e le discriminazioni di genere sono superate anche se non in maniera generalizzata e guai ad abbassare la guardia sulla violenza, se l’enfasi della cerimonia e la retorica dell’orgoglio Lgbtq+ non siano più rivolte al passato che al futuro. Siamo al paradosso Gay Pride. E’ quello di voler rimarcare una cosiddetta diversità, per superarla come se non fosse già largamente superata, ma in realtà la ribadisce, la sottolinea, la assolutizza. E non aveva torto lo scrittore Aldo Busi che una volta disse: «Quando vedo uno con le paillettes, a me viene il nervoso. Vorrei che sfilassero con le tute da lavoro e con addosso l’unico cartello che avrebbe senso: sono gay e pago le tasse come te». La normalizzazione dei diritti, la combinazione paritaria delle scelte, il rispetto di ogni opzione sessuale rischiano di rendere obsoleto, o appunto paradossale, l’ennesimo Gay Pride.

Il massimo dell’orgoglio Lgbtq+ dovrebbe stare nel superamento dell’auto-celebrazione, nell’uscita dal rito della parata, nella fine dell’ansia propagandistica. Perché ha senso ormai propagandare qualcosa che è comunemente riconosciuto? Non è un modo, questo nuovo Gay Pride con il suo consueto carico di folklore, per ribadire la logica di nicchia quando la nicchia non c’è più? La società aperta, in cui si accetta e si è accettati e in cui hanno pari dignità i comportamenti delle persone senza che questi diventino feticci e bandiere, è quella per esempio del matrimonio di Alberto Matano che viene da tutti vissuto come un matrimonio vip e non come un matrimonio gay. O è quella di Paola Egonu, la campionessa di pallavolo, che parla della vastità delle opzioni amorose e della bellezza di un mondo senza pregiudizi e schemi moralistici ma non fa della sua vita e delle sue parole un manifesto ideologico. Le inserisce semplicemente, come fanno in tanti, nelle infinite sfaccettature della modernità. Lo spirito di crociata è criticabile da qualsiasi parte provenga, specie se fuori tempo massimo.

E la spettacolarizzazione delle questioni di genere non rende un buon servizio alla causa. Quando invece queste materie, così come tutti i temi riguardanti l’amore e il rispetto, andrebbero maneggiati con grande cura e serietà. Senza minimamente dare adito a reazioni inaccettabili, a vere e proprie dimostrazioni di ottusità reazionaria come quelle, che fanno ridere e indignano, dei poster comparsi in queste ore sui muri della città: «No a Roma capitale dell’orgoglio omosessuale». Se appunto tutto si riduce alla scimmiottatura delle guerre di religione, non solo cadono le braccia ma occorre cambiare spartito. Partendo da un punto: la laicità è la migliore forma di convivenza civile e proprio per questo viene da domandarsi - ecco un altro paradosso - quanto sia davvero laica una cerimonia che trasforma la trasgressione in conformismo. Magari mettendo in ombra il bisogno poco mediatico e poco altisonante di migliorare nella vita quotidiana, che non è fatta di feste, la qualità dello stare insieme rispettandosi a vicenda.

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