Gianni Bessi

La proposta/Una comunità del gas contro la corsa dei prezzi

di Gianni Bessi
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Martedì 4 Gennaio 2022, 00:56

L’ aumento del prezzo del gas naturale con le conseguenti pressioni sulle economie europee, e sulle tasche dei cittadini, conferma che quello energetico è il campo in cui si sta giocando la “guerra fredda” del terzo millennio. Ma quali sono gli scenari in cui si sta combattendo? Il primo è quello dei prezzi: l’oro azzurro è rincarato fino a 400 volte mostrando un comportamento sempre più simile a quello del petrolio. Ciò significa che dopo decenni di prezzi controllati, il suo costo subisce i cicli rialzista o ribassista esattamente come il petrolio. Anche perché non importa dove viene prodotto perché la sua “portabilità” si è evoluta grazie alle nuove e più potenti reti di gasdotti o le “metaniere” che trasportano il gas liquefatto.


A questa ragione se ne affianca un’altra: i protagonisti sono sempre gli stessi che hanno nutrito le cronache di buona parte del secolo scorso e i romanzi di John le Carrè e Graham Green: la Russia, gli Stati Uniti e nel mezzo i paesi europei. Per sbloccare la tensione servirebbe una mossa a sorpresa e forse è quello che aveva in mente Vladimir Putin quando, durante la tradizionale conferenza stampa di fine anno, ha di fatto invitato Mario Draghi a Mosca per discutere di questioni urgenti e condividere una strategia per il futuro negli affari internazionali.
Da tempo è forte la convinzione che il premier italiano possa essere il successore naturale di Angela Merkel come il referente politico dell’Ue per Putin: l’Italia potrebbe ritrovare un ruolo che da anni non le appartiene più e, nonostante le prese di posizione atlantiche dei Verdi, potrebbe avere al proprio fianco la Germania, la nazione più energivora d’Europa. Nello stesso tempo potrebbe cogliere l’occasione di ripensare la strategia nazionale sul gas naturale: da questo punto di vista i segnali di una possibile marcia indietro sull’estrazione del gas italiano a km zero si sono già visti.


La posta in gioco rischia di mettere in crisi la neonata coalizione semaforo tedesca, perché i due leader dei Grune che occupano posti chiave nel governo, Robert Habeck e Annalena Baerbock, rispettivamente ministro dell’Ambiente e ministro degli Affari esteri, hanno messo sul tavolo la questione della crisi fra Russia e Ucraina sostenendo che sia condizione sufficiente per bloccare lo sviluppo del Nord Stream 2, il raddoppio della pipeline da 12 miliardi di euro destinata a trasportare il gas russo in Europa (55 miliardi di metri cubi l’anno). Questa visione politica, se fatta propria da tutto il governo – ma c’è da dubitarne – causerebbe problemi non indifferenti alla Germania. A cominciare dalle famiglie tedesche che, come ha evidenziato l’economista Heiner Flassbeck, stanno pagando un prezzo altissimo per il rialzo dei costi energetici.


La transizione tedesca, tra l’altro, come è scritto nell’ambizioso programma di governo, dovrà essere attuata anche grazie all’utilizzo nei prossimi anni del gas naturale come fonte da accoppiare alle rinnovabili, grazie a centrali di ultima generazione. In realtà, e qui torna il tema della guerra fredda dell’energia: in virtù del prezzo attuale, chi si sta avvantaggiando dello stallo fra Europa e Russia sono gli Stati uniti, che hanno spedito 30 cargo per il trasporto del gas liquido verso il Vecchio Continente.


La svolta a favore della Nato dei Verdi tedeschi non è una novità: l’aveva già compiuta Joschka Fischer al tempo del governo guidato da Gerhard Schröder. Ma in questo momento la scelta appare più utilitaristica che ideale, cioè un appoggio incondizionato alla strategia americana, che pare più di matrice economica. Peraltro, è forte il sospetto che gli Usa stiano interpretando la guerra fredda dell’energia puntando a sostituire o affiancare la Russia come fornitore di gas per il mercato europeo. Non a caso proprio due tedeschi molto potenti, l’ex cancelliere Schröder, quale presidente del Comitato azionisti del Nord Stream, e Matthias Warnig, amministratore delegato del Nord Stream 2, sono i primi a non essere contenti di questa situazione.


Le sanzioni, gli embarghi e le ultime esternazioni all’interno del governo tedesco hanno colpito il Nord Stream e con esso la possibilità per l’Europa di disporre di 55 miliardi di metri cubi di gas, la risorsa fossile che l’Ue stessa ha individuato come l’unica che può affiancare le rinnovabili nella transizione energetica. Così come hanno colpito la Russia, che senza la disponibilità delle tecnologie e delle società di servizio occidentali sta sperimentando oggettive difficoltà tecniche.


E qui torna l’importanza dell’invito rivolto da Putin a Draghi: nel breve o medio periodo l’unica via di uscita è una mediazione globale. Una mediazione che non deve avere come obiettivo l’accettazione del monopolio di forniture russe, ma la ricerca di nuovi equilibri che incidano sui prezzi attuali e sui derivati finanziari di cui si nutre la speculazione, che è l’altra faccia della “guerra fredda” del gas naturale. 


Un’ipotesi non peregrina sarebbe costituire una Comunità del gas europea sulle stile della Comunità europea del carbone e dell’acciaio, non solo per condividere gli acquisti o gli stoccaggi ma anche per decidere sulla tassonomia, cioè l’elenco delle attività che Bruxelles dichiara sostenibili. Ieri il governo di Berlino si è ufficialmente dichiarato contrario all’inserimento del nucleare tra le proposte green ma decisamente a favore del gas, ritenendolo una “tecnologia di passaggio”.

Probabilmente anche i tedeschi sono convinti che una comunità europea del gas servirebbe a disinnescare le cause strutturali di questa crisi energetica, dovute agli interventi normativi dell’Unione europea. Infine, una mediazione potrebbe aprire a una nuova fase di gestione delle risorse di gas naturale del Mediterraneo, a cominciare da quelle dell’Adriatico. L’alternativa sarebbe mettere a disposizione ulteriori risorse per contenere il caro bollette. Il governo ha messo già sul piatto quasi 8 miliardi, un provvedimento che, se dovesse perdurare la situazione al rialzo o la conferma a questi livelli dei prezzi del gas, da straordinario diventerà ordinario, con conseguenza intuibili sul bilancio italiano. Una situazione che non è pensabile, soprattutto considerando le altre emergenze da affrontare e la necessità di arrivare in fondo al Pnrr.

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