Pensioni, Quota 100: cosa succede dopo la scadenza. Le ipotesi per la pensione anticipata nel 2022 e 2023

Quota 102, quota 104, quota 41: ecco le opzioni in campo

Addio a Quota 100, tutte le opzioni in campo per la pensione anticipata nel 2022 e 2023
di R. Ec.
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Giovedì 21 Ottobre 2021, 16:32 - Ultimo aggiornamento: 17:02

Quota 102, quota 104, quota 41. Solo contributivo per sempre o dai 64 ai 67 anni, misto da subito, ma con pesanti aggravi per lo stato. Sulle pensioni non è semplice districarsi tra linee guida, proposte e anticipazioni della prossima Manovra. Una cosa è certa: il prossimo 31 dicembre scadrà quota 100, il meccanismo che ha permesso dal 2019 ad oggi di andare in pensione con almeno 62 anni e 38 anni di contributi versati.

Il documento programmatico di bilancio, che anticipa la Manovra ed è stato inviato dal governo Draghi a Bruxelles, è molto vago sul tema pensionistico. Il ministro dell'Economia Daniele Franco ha portato una proposta iniziale con uno scivolo transitorio per i prossimi due anni, per poi tornare dal 2024, salvo allargare la platea di lavoratori gravosi che godrebbero dell'Ape sociale, alla Riforma Fornero: pensione a 67 anni, insomma. Ma su questo soprattutto la Lega ha posto una sorta di veto e il dibattito in Parlamento è destinato a farsi infuocato. Vediamo nel dettaglio quali sono le ipotesi in campo per la pensione anticipata nei prossimi due anni.

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La proposta portata dal ministro del Tesoro Daniele Franco, prevede che a partire da gennaio del prossimo anno si possa andare in pensione con 64 anni di età e 38 di contributi. Dopo Quota 100, insomma, ci sarebbe Quota 102. Durerebbe uno o due anni e coinvolgerebbe in tutto solo 50 mila persone. Poi si passerebbe a Quota 104, ossia 66 anni e 38 di contributi per lasciare il lavoro. In pratica il “quasi ritorno” alla Fornero. Un passo che la Lega giudica inaccettabile. E per questo spinge per applicare questo meccanismo ai soli lavoratori della Pubblica amministrazione lasciando in vita Quota 100 per gli altri.

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Perplessità sono state espresse anche da Liberi e Uguali. Entrambi i partiti chiedono un accordo che garantisca più flessibilità ai lavoratori arrivati alla soglia dei 62 anni e 38 di contributi. Il Carroccio, in particolare, aveva proposto l'istituzione di un fondo da 2,5/3 miliardi per garantire la prosecuzione di quota 100 o al massimo quota 102 (con l’uscita a 62-63 anni con 38-39 di contributi) fino al 2024 o anche al 2023, quando terminerà questa legislatura. La proposta era stata ritenuta credibile dal ministero dell'Economia, tuttavia quando sono stati fatti i conti per la manovra si è visto che la coperta è corta e finanziare copiosamente tutte le voci di spesa, tra riforma degli ammortizzatori, bonus, taglio delle tasse, assegno unico e più soldi a ricerca e sanità, è complesso.

L'estensione dell'Ape sociale

Il governo prevede poi l'estensione dell'attuale Ape sociale. Quest'ultima ad oggi permette di andare in pensione con almeno 63 anni e 30 di contributi se si rientra in alcune categorie definite socialmente deboli, come i disoccupati (tre mesi dopo aver usato tutti gli ammortizzatori sociali), i disabili (almeno al 74%) o chi lavora e assiste in casa un familiare disabile.

A questi si aggiungono i lavoratori con almeno 36 anni di contributi che svolgono mansioni usuranti (e che le hanno svolte in modo continuativo per almeno sei anni negli ultimi sette e per almeno sette anni negli ultimi dieci). Per le lavoratrici madri in queste condizioni il requisito contributivo di 30 o 36 anni viene ridotto fino a due anni se si hanno più o due figli (con un solo figlio di un anno). In tutto le categorie attualmente previste sono 15: operai dell’industria estrattiva, dell’edilizia e della manutenzione degli edifici; conciatori di pelli e di pellicce; facchini; personale non qualificato addetto ai servizi di pulizia; insegnanti della scuola dell’infanzia ed educatori degli asili nido; operai dell’agricoltura; pescatori; siderurgici e lavoratori del vetro; operatori ecologici; addetti all’assistenza di persone non autosufficienti; autisti di mezzi pesanti e treni; conduttori di gru o di macchinari mobili per la perforazione nelle costruzioni; infermieri e ostetrici; marittimi e personale viaggiante dei trasporti marini.

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La fine di Opzione donna?

Il ministro Franco e il premier Draghi, poi, sarebbero orientati per non rinnovare Opzione donna oltre la fine di quest'anno. Si tratta di un sistema che permette alle donne di ritirarsi dal lavoro ad almeno 58 anni (se autonome a 59, in ogni caso da compiere entro il 31 dicembre 2021) e con 35 di contribuzione. In questo caso, però, il calcolo dell'assegno è fatto tutto con il metodo contributivo, con le lavoratrici che per alcuni anni sono rientrate nel retributivo che potrebbero subire una penalizzazione sull'assegno fino al 30%.

Contrari allo stop il Partito Democratico e il Movimento 5 Stelle. Anche su questo fronte, dunque, nonostante i soldi per il bilancio pubblico non siano infiniti e le misure da approvare tante, ci sarà un dibattito molto forte. Tra le opzioni in campo c'è quello di una modifica della misura dal prossimo anno: ad accedervi potrebbe essere chi ha almeno 60 anni. In questo modo il meccanismo costerebbe meno, ma è tutto ancora da vedere.

Le categorie coinvolte

A strutturare la proposta di riforma è stata la Commissione sui lavori gravosi guidata dall'ex ministro del Pd Cesare Damiano, ora consulente del ministro del Lavoro Orlando. Il gruppo di esperti ha ricalcolato con alcuni criteri tecnici gli indici statistici che sono forniti dall'Inps, l'Istat e l'Inail e considerano la fatica psicologica e fisica del lavoro svolto, oltre alla prorabilità di infortuno e incidenti.

Le nuove categorie sono state individuate perché presentano infortuni e malattie professionali sopra la media. Tra queste ci sono: benzinai, forestali, magazzinieri, saldatori, portantini, chi conduce macchinari in miniera, falegnami, alcuni operatori sanitari non ancora coinvolti, i fabbri, i conduttori di impianti, i saldatori, e gli operai forestali, gli operatori della cura estetica. La Commissione ha poi proposto di estendere l'Ape sociale fino al 2026 e l’eliminazione della condizione di conclusione della prestazione di disoccupazione da almeno 3 mesi ai fini dell’accesso alla pensione anticipata. Per gli operai edili, poi, l'idea è quella di abbassare da 36 a 30 gli anni di contribuzione minimi per l'ape sociale. Secondo le tabelle dell'Inps, per il 2022 l’aggravio sarebbe di 126,7 milioni di euro, 337,1 nel 2023 e 520,7 milioni nel 2024 (arrivando a un totale triennale di 1 miliardo), per poi salire fino a 805 milioni di euro nel solo 2026. 

La proposta dell'Inps di Tridico

Secondo Tridico si potrebbe prevedere, per i lavoratori appartenenti al sistema misto (quelli attivi dopo il 1995), la possibilità di accedere intorno ai 63-64 anni a una prestazione di importo pari alla quota contributiva maturata alla data della richiesta (ovviamente accettando un taglio del trattamento) per poi avere la pensione completa al raggiungimento dell’età di vecchiaia. Questa ipotesi, secondo i calcoli dell’Inps, sarebbe sostenibile, con un aggravio di circa 2,5 miliardi per i primi tre anni e risparmi a partire dal 2028. Nel 2022 potrebbero accedere a questo strumento 50mila persone per una spesa di 453 milioni mentre nel 2023 potrebbero accedere 66mila persone per 935 milioni.

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Gli anni con il costo più sostenuto sarebbero il 2024 e 2025 con oltre 1,1 miliardi l’anno e 160mila uscite nel biennio. I requisiti sarebbero: almeno 63-64 anni di età (requisito da adeguare alla speranza di vita); essere in possesso di almeno 20 anni di contribuzione; aver maturato, alla data di accesso alla prestazione, una quota contributiva di pensione di importo pari o superiore a 1,2 volte l’assegno sociale. La prestazione completa spetterebbe fino al raggiungimento del diritto per la pensione di vecchiaia e sarebbe parzialmente cumulabile con redditi da lavoro dipendente e autonomo. Inoltre si potrebbero prevedere meccanismi di staffetta generazionale, legati anche a part time, mentre il meccanismo sarebbe incompatibile con trattamenti pensionistici diretti, trattamenti di sostegno al reddito, reddito di cittadinanza, Ape sociale e indennizzo per la cessazione dell’attività commerciale. 

Le richieste dei sindacati

Su tutte le furie i sindacati. «Quota 102 è un po' una presa in giro: noi abbiamo proposto una riforma vera del sistema e questa non lo è», dice Maurizio Landini della Cgil. Per la Cisl il meccanismo individuato dal governo è «inaccettabile», per la Uil «è una beffa». Le tre sigle propongono quota 41, che permetterebbe di andare in pensione per tutti al 41esimo anno di contributi versati (contro gli attuali 41 anni e 10 mesi di versamento contributivo per le donne e 42 anni e 10 mesi per gli uomini). L'opzione al momento sembra difficilmente accettabile per tutta la maggioranza di governo, anche visto il costo ingente che avrebbe. 

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