Pensioni, l’uscita con 41 anni torna sul tavolo. Quota 100 non cambia sino a fine 2021

Pensioni, l uscita con 41 anni torna sul tavolo. Quota 100 non cambia sino a fine 2021
di Michele Di Branco
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Lunedì 14 Settembre 2020, 06:43 - Ultimo aggiornamento: 16 Settembre, 11:23

In pensione con 41 anni di contributi, a prescindere dal livello di anzianità. È questa l'ipotesi sulla quale sta ragionando il governo alle prese con la riforma previdenziale da attuare, almeno in parte, con la prossima legge di Bilancio. L'esecutivo e i sindacati avrebbero dovuto incontrarsi all'inizio della scorsa settimana ma il faccia a faccia è stato rimandato al 16 settembre prossimo per permettere ai tecnici di mettere a punto una serie di proposte da esaminare successivamente in sede politica.

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Ferma restando la sperimentazione di Quota 100, che andrà in scadenza alla fine del 2021, come ha confermato alcuni giorni fa il viceministro dell'Economia, Antonio Misiani, l'obiettivo del ministro del Lavoro, Nunzia Catalfo, è garantire una flessibilità maggiore in uscita (anche per favorire la staffetta generazionale con i giovani), ragionare sul lavoro discontinuo e affrontare il tema della pensione di garanzia per i giovani. A breve saranno istituite le due Commissioni tecniche previste dall'ultima legge di Bilancio: quella sulla valutazione della separazione della spesa sociale tra assistenza e previdenza e quella per lo studio dei lavori gravosi. Decisiva quest'ultima, per ampliare la platea dei beneficiari dell'Ape sociale.

LO SCALONE
Il tema dei temi, tuttavia, resta il superamento di Quota 100. Come superare, tra un anno, lo scalone di 5 anni che si formerà tra chi è riuscito ad andare a riposo con 62 anni di età e 38 di contributi e chi, dal 2022, sarà costretto a restare al lavoro fino a 67 anni? I sindacati ritengono che chi ha 41 anni di contribuzione debba andare in pensione a prescindere dall'età. Oggi questa opzione è possibile solo per i lavoratori precoci che all'età di 19 anni avevano alle spalle almeno un anno di contributi versati. Su questo versante il governo non appare del tutto convinto ma, rispetto alla chiusura manifestata nei mesi scorsi, è pronto al dialogo. Anche se all'interno dell'esecutivo una ipotesi alternativa resta la preferita. Vale a dire consentire a chi lo desidera l'uscita anticipata a 62-63 anni di età accettando un taglio del 2,8-3% del montante retributivo (introdotto nel 1996) per ogni anno che serve per raggiungere quota 67 anni. Vale a dire l'orizzonte ordinario della pensione.

Calcoli alla mano, la riforma interesserebbe circa 150 mila persone all'anno, che potrebbero così andare a riposo con 4-5 anni di anticipo rinunciando in media al 5% del trattamento che maturerebbero andando in pensione al raggiungimento degli attuali requisiti di legge. Nel menù del negoziato governo sindacati figurano anche il superamento dell'automatismo dell'aspettativa di vita applicato ai requisiti per la pensione e la correzione degli aspetti più iniqui del sistema previdenziale. Per i sindacati è importante sostenere la previdenza delle donne, costruire una pensione contributiva di garanzia per chi ha carriere discontinue con basse retribuzioni, tutelare il potere di acquisto dei pensionati con misure che puntano a contenere gli effetti del calo del Pil e ampliare la cosiddetta quattordicesima. Anche la previdenza complementare, in particolare quella di matrice negoziale, merita attenzione e deve essere incentivata rispetto alle potenzialità che potrebbe esprimere in riferimento agli investimenti in economia reale.

LA RIVALUTAZIONE
Altro tema sul tappeto che potrebbe entrare all'interno del negoziato governo-sindacati quello della rivalutazione delle pensioni. Da aprile, dopo ben 8 anni di attesa, una platea di 2,8 milioni di pensionati si è visto riconoscere l'aumento pieno dell'assegno sulla base dell'andamento dell'inflazione: un mini-incremento della rivalutazione per i redditi da pensione tra i 1.522 e i 2.029 euro lordi al mese (tra le tre e le quattro volte il trattamento minimo). Dal 2022 la rivalutazione sarà del 90% per gli assegni tra 2.029 e 2.538 euro al mese e del 75% per tutti gli assegni oltre i 2.538 euro. Insomma il governo, almeno per i pensionati a basso reddito, ha tolto il freno a mano alla macchina dell'indicizzazione all'inflazione ma la marcia, lamentano i sindacati che dunque chiedono a Palazzo Chigi di intervenire, sarà lentissima e di certo non riuscirà neppure lontanamente a risarcire i soldi perduti a partire dal 2011, quando l'esecutivo Monti mise a dieta i pensionati.
 

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