Gas, Tabarelli: «Senza il metano russo inflazione a due cifre»

L'economista: Mosca non si muoverà ma se la Ue chiude sarà un cataclisma

Gas, Tabarelli: «Senza il metano russo inflazione a due cifre»
di Roberta Amoruso
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Lunedì 21 Marzo 2022, 07:36

Al di là delle minacce, che sia Mosca a chiudere i rubinetti di gas e petrolio non è tra gli scenari considerati da Davide Tabarelli professore di economia all'Università di Bologna e presidente di Nomisma Energia. Se invece sarà l'Europa a fare la «scelta politica» di chiudere i rubinetti, è bene che sia preparata a un «cataclisma», con il gas oltre 300 megawattora, il petrolio fino a 300 dollari al barile e un'inflazione a doppia cifra. Ecco perché è «cruciale mettere un tetto ai prezzi». Cosa deve fare l'Italia? «Usare da subito il carbone, anche il legname per il riscaldamento, razionare i consumi e sperare nel gas che sta cercando il governo».

Professor Tabarelli, che succede se Putin decide lo stop? Il ministro Cingolani promette di sostituire a breve metà del gas russo. E con la fine dell'inverno la domanda scenderà.
«La priorità ora è riempire gli stoccaggi. Credo che vada detto, però, che a sette mesi dall'inizio della spirale dei prezzi, la situazione non è cambiata nei flussi verso l'Europa. Anzi, dal 24 febbraio sono aumentati. E non c'è molto gas in giro per il mondo. Altrimenti lo avremmo utilizzato e i prezzi non sarebbero stati questi. Dunque, spero che la diplomazia sia arrivata a risultati insperati. Ma trovare a breve 15 miliardi di metri cubi di gas sui 29 attuali di Mosca, mi sembra ottimistico. Anche se fosse così, dovremmo comunque razionare i consumi. Se non lo fa la politica, lo fa il mercato. Lo sta già facendo».

Cosa intende?
«A questi prezzi, molte imprese hanno bloccato i forni o ridotto la produzione: stanno distruggendo domanda. Finché non scendono i consumi non scenderanno nemmeno i prezzi. La consolazione è che oggi il gas costa 110 euro per megawattora, la metà rispetto a inizio guerra, ma sempre cinque volte i valori di un anno fa. Negli Usa il gas costa 14 euro».

Ma la Russia può davvero interrompere le forniture?
«In realtà no. La prima ragione è tecnica: rovinerebbe tutto il suo sistema di giacimenti. Ma Mosca ha anche detto, in linea con la storia degli ultimi 70 anni, che onorerà i contratti di importazione».

A proposito di stoccaggi, come può un operatore anticipare 15 miliardi di euro per una quantità di gas che l'anno scorso costava 3 miliardi?
«Saranno inevitabili delle garanzie statali. È un problema che risolverà l'Europa a breve».

Il tetto Ue ai prezzi può essere una soluzione? Sarebbe chiusa la piattaforma Ttf?
«L'attuale hub Ue sarebbe limitato, certo. E non è bello limitare il mercato, seppure fissando solo per 3-4 mesi i prezzi a 80 euro per megawattora. Ma quando i prezzi schizzano i consumatori hanno il diritto di fare qualche pastrocchio. È un intervento a gamba tesa della politica, ma necessario. Tra l'altro non sappiamo ancora quanti contratti a lungo termine circolano».

E qui veniamo a chi ha fatto extra-profitti vendendo a prezzi spot, stellari, qualcosa comprato con contratti a lungo termine. Ora l'Arera avrà più poteri di indagine sui contratti.
«È una forzatura, ma sono d'accordo che si faccia trasparenza e che si muova l'Europa. L'Acer, però, si muove con molto ritardo».

E tassare gli extra-profitti non è una forzatura?
«Il vero problema sono gli investimenti non fatti per anni. Ridistribuire un po' di risorse è una via per recuperare risorse. Sarà complicato calcolare certi profitti extra. Rischia di essere un po' pasticciata, su modello della Robin Tax. Ma era più difficile non fare niente. Ed è una rotta decisa in Europa».

Ma se non si trova l'accordo sul tetto, dove rischiamo di arrivare con la possibilità di uno stop degli acquisti da Mosca?
«I prezzi esploderebbero visto che lo stop sarebbe da tutta l'Europa. Il gas supererebbe i 300 euro per megawattora e si aggiungerebbe il carburante: si rischia la benzina a 3 euro con il petrolio tra 200 e 300 dollari al barile. L'inflazione andrebbe ben oltre il 14%. Non possiamo farci così male. La scelta è politica, ma dobbiamo conoscerne il prezzo».

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