RENZI

Contratti, ultimatum del premier: senza intesa a marzo decido io

Venerdì 15 Gennaio 2016 di Alberto Gentili
A palazzo Chigi non è di certo scattato un applauso quando Cgil, Cisl e Uil hanno sfornato ieri la proposta di riforma dei contratti. Per il governo si tratta di «un documento molto generico. Più un tassello tattico di politica sindacale, che una proposta concreta di riforma delle relazioni industriali». E vista l'immediata rispostaccia di Confindustria ai sindacati confederali, scatta l'ultimatum: «Se non ci saranno novità, se le parti sociali non si siederanno al tavolo per trattare seriamente e non solo per evitare che il governo intervenga, bisognerà accelerare. Entro due mesi metteremo nero su bianco una riforma che terrà conto di ciò che di buono hanno proposto gli industriali e i sindacati».

La dead line è marzo. Del resto Matteo Renzi, appena tre giorni fa, non aveva tracciato margini diversi: «O le parti sociali fanno l'accordo o ci pensiamo noi. E' tempo di mettere fine ai continui rinvii». Parole più o meno identiche a quelle scandite a inizio settembre dal premier al workshop Ambrosetti di Cernobbio. E il segno che Renzi «è stufo di aspettare» e che presto palazzo Chigi redigerà il nuovo sistema di contrattazione.

LA BOZZA
Alla bozza di riforma lavorano il capo dei consiglieri economici, Tommaso Nannicini, e il responsabile economia del Pd Filippo Taddei. «Il fatto che Cgil, Cisl e Uil abbiano raggiunto un accordo unitario è un fatto positivo ed è un buon punto di passaggio», sostiene Taddei, «ma ora serve un accordo tra le parti che definisca una proposta seria. Perché la politica in ogni caso ala fine dovrà valutare il risultato. E il risultato dovrà essere una contrattazione decentrata di secondo livello molto più diffusa e quanto non sia adesso, con una maggiore partecipazione dei lavoratori alla produzione e ai risultati aziendali». Insomma, per ragioni di diplomazia il Pd non dà ancora per spacciata la trattativa. Ma alza l'asticella: la diffusione capillare della contrattazione decentrata di secondo livello, lasciando al contratto nazionale la funzione di garanzia del livello minimo salariale.

I BINARI DELLA RIFORMA
A palazzo Chigi scandiscono tre parole che sono i binari della riforma: «Contare, esigere e decentrare». Traduzione: «C'è bisogno di un sistema certo di regole, stabilendo con chiarezza chi sono gli interlocutori e chi può prendere impegni vincolanti. Si deve poi stabilire che gli accordi sottoscritti sono esigibili e non possono essere contestati da sigle sindacali non rappresentative. Infine, lasciando una funzione di garanzia al contratto nazionale, occorre spostare sempre di più la contrattazione su salario, welfare, produttività, organizzazione, al secondo livello». Quello aziendale.

IL DIRITTO DI SCIOPERO
La riforma che sfornerà il governo conterrà anche due norme sul diritto di sciopero nel settore pubblico. La prima: per proclamare l'agitazione si dovrà svolgere un referendum preventivo tra i lavoratori in cui, a scrutinio segreto, almeno il 50% sostenga la protesta. La seconda norma: l'autorizzazione allo sciopero, da parte dell'Autorità di garanzia, scatterà solo se le sigle che hanno indetto l'agitazione contano almeno il 50,1% di iscritti tra i dipendenti.

  Ultimo aggiornamento: 18:30

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