Le eroine ebree della resistenza antinazista discriminate, ancora fuori dalla Storia

Sabato 10 Aprile 2021 di Marina Valensise
nella foto Hannah Senesh

La discriminazione di genere interessa anche la storiografia. Son dovuti passare ottant'anni perché le eroine della resistenza antinazista in Polonia venissero riconosciute. Il silenzio non riguarda solo figure di spicco come Luciana Frassati Gawronska, che dal 1939 al 1942 fece la spola tra l'Italia e la Polonia per portare soldi e medicine ai polacchi prigionieri dell'occupazione nazicomunista, e fungere da collegamento con la resistenza per conto del governo di Wladislaw Sikorski. Riguarda le eroine ebree della resistenza polacca, ragazzine, spesso adolescenti, coraggiose sino alla follia, intrepide fino alla morte, che per anni hanno taciuto sul loro passato, vuoi per pudore, per quieto vivere, o per ragioni politiche e che solo oggi vengono riesumate dalla nipote di una di esse, fuggita in Canada, dopo essere sopravvissuta allo sterminio.
Judy Batalian, un'ex attrice che ha vissuto tutta l'infanzia ascoltandone i racconti ha appena scritto un libro (The Light of Days: The Untold Story of Women ReistancewFighters in Hitler's Ghettos, Barnes & Nobles), pieno di storie tragiche e audaci, ricostruite ora attraverso meticolose ricerche, ora dagli stessi parenti delle interessate. È un libro che ipnotizza come un romanzo d'appendice, tant'è che Steven Spielberg ne ha già acquistato i diritti tre anni fa, quando era ancora un manoscritto.

Le eroine di Judy Batalian erano tutte ebree polacche di Cracovia, di Varsavia, di Bedzin. Prima della guerra molte di esse facevano parte dei movimenti giovanili sionisti. Ma dal settembre 1939, quando l'esercito nazista invase e occupò la Polonia, scesero in campo e si misero a raccogliere informazioni, a servire da staffetta, a passare armi, bombe a mano, munizioni, per fomentare rivolte, organizzare azioni di sabotaggio, sostenere gli ebrei prigionieri nei ghetti, alimentando così la rete dei movimenti di resistenza clandestina sia nelle provincie annesse al Terzo Reich, sia nei territori amministrati dal Governatorato generale.


Erano pronte a tutto, disposte a sacrificarsi di persona col rischio di morire, pur di combattere nemico il nazista. Erano colte, spigliate, perfettamente assimilate. Parlavano polacco senza accento yiddish, e a differenza dei loro fratelli circoncisi, non avevano alcun segno identificativo che permettesse di riconoscerle in quanto ebree. Se avevano gli occhi chiari, il portamento elegante e molta voglia di rischiare, potevano farsi passare per ariane e per cattoliche, e bluffare apertamente con gli ufficiali della Gestapo, e trescare con loro, e irretirli fingendo magari gentilezze, regalando dolci, maglie di lana, sorrisi e forse anche qualcos'altro, per colpirli senza pietà.

È quello che fece per esempio Niuta Teitelbaum, la piccola Wanda con le trecce, una ventiquattrenne di Varsavia laureata in storia, che un bel giorno, vestita da contadina, entrò in un appartamento della Gestapo nel centro della città, tirò fuori una pistola e ammazzò a sangue freddo due nazisti, ferendone un terzo. Non paga, pochi giorni dopo l'andò a finire sul letto dell'ospedale in cui era ricoverato, uccidendo con l'occasione anche l'ufficiale che lo piantonava. Come lei, Reina Kukielka di Jedrzejow, era cresciuta nell'allegro mondo scapestrato del teatro e della cultura yiddisch, ma aveva solo quattordici anni quando riuscì a sfuggire all'arresto da parte dei nazisti gettandosi precipitosamente da treno in corsa, prima che le chiedessero i documenti. Piccola, tarchiata, occhi vispi, un perfetto incarnato da slava, Reina K, che nel 1945 avrebbe lasciato scritte le sue memorie, trovò lavoro come cameriera fingendosi cattolica e andando a inginocchiarsi ogni giorno in chiesa. Aiutata da un contrabbandiere polacco, raggiunse poi la sorella a Bedzin, e iniziò a fare la staffetta entrando e uscendo dal ghetto, passando notizie, documenti falsi servendo insomma da collegamento fra i gruppi di resistenza in tutto il paese, e nascondendo armi, munizioni, bombe a mano in vasetti di marmellata o sacchi di patate, o borsoni alla moda.

Un'altra temeraria come lei, Bella Hazan, diciannovenne originaria del sud est della Polonia, si fece addirittura assumere dalla Gestapo come interprete e telefonista, per mettersi a rubare documenti e passarli ai falsari, e iniziare a trasmettere anche lei notizie, soldi e persino armi a un gruppo di Dror, il movimento giovanile che con Hashomer Hatzair costituì la rete di resistenza ebraica durante la guerra. Un'altra eroina, ZiviaLubetkin, aveva solo vent'anni nell'aprile 1943, quando ebbe un ruolo chiave nella rivolta del Ghetto di Varsavia come membro della ZOB, l'organizzazione ebraica di combattimento. E un'altra ancora, la mitica Hannah Senesh, da cui Judy Batalian ha tratto ispirazione per questo suo libro, fuggita nel 1939 in Palestina, ritornò addirittura indietro per combattere a fianco degli alleati i nazisti, e guardarli negli occhi prima che l'uccidessero.

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