Marco Conti
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Marco Conti

Il M5S, la Merkel
e il tasso di europeismo
del premier Conte

Mercoledì 1 Luglio 2020 di Marco Conti
ROMA L’ambiguità di Giuseppe Conte sul Mes ha scavato un solco tra Roma e Berlino che la telefonata di ieri del presidente del Consiglio ad Angela Merkel non poteva colmare. Da oggi la Cancelliera assume  per sei mesi la guida  dell’Unione europea e dovrebbe rappresentare il nostro miglior sostegno per chiudere la trattativa sul Recovery fund. Resta però per Conte il problema di come cancellare la diffidenza del Movimento che lo ha indicato per Palazzo Chigi nei confronti delle iniziative europee messe in atto affrontare la crisi post Covid. Una diffidenza che si trasferisce sull’esecutivo e sulla stessa figura del premier che un anno fa cambiò maggioranza anche, se non soprattutto, per mutare il rapporto con l’Europa. 

Dopo dodici mesi di tensione, di sponsorizzazioni sbagliate (Maduro, gilet gialli), e di assenze nelle riunioni europee (Salvini da ministro le disertò quasi tutte), Conte compose quella che venne definita una ‘maggioranza Ursula’, in omaggio al voto che tutta la maggioranza espresse a favore della nuova presidente della Commissione Europea.

Dopo quell’episodio nulla è però cambiato nel M5S che a Bruxelles continua a non essere inserito in nessun gruppo e ha continuato a perdere pezzi in favore della Lega.

Risucchiato dalle contraddizioni del Movimento, Conte fatica a confermare un profilo europeo e il rifiuto del Mes da parte grillina finisce con lo spostare anche il premier su posizioni euroscettiche. Buona parte del M5S, soprattutto l’ala movimentista, mostra di soffrire ancora molto il pressing sovranista della Lega e di FdI. Conte ne resta succube, ma non potrà a lungo restare nell’ambiguità. Non se lo può permettere il Pd e lo stesso Conte che non ha nessuna intenzione di tornare a fare l’avvocato. Ultimo aggiornamento: 12:31 © RIPRODUZIONE RISERVATA