Riccardo De Palo
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Riccardo De Palo

"Le voci dell'acqua", la graphic novel di Tiziano Sclavi è una discesa agli inferi

Martedì 15 Gennaio 2019 di Riccardo De Palo
Le voci dell'acqua è il titolo della prima graphic novel di Tiziano Sclavi, leggendario creatore dell'«indagatore dell'incubo», Dylan Dog, che per il suo ritorno sulle scene ha scelto il tratto di Werther Dell'Edera, capace di spaziare dai supereroi Marvel ai grandi personaggi degli albi nostrani. Un tratto mai così crudo e spoglio: «Generalmente - dice il disegnatore - uso dei neri pieni, delle pennellate; ma qui ho cercato un segno che si distaccasse dal fumetto seriale, da tutto quello che ho fatto prima». Di qui, l'uso del tratteggio, «principalmente un pennino molto sottile, 0.3-0.4 al massimo, per dare più tonalità possibili».

«Io preferisco il bianco e nero netto, senza toni di grigio né colori, mi ha detto Sclavi in una delle prime fasi di lavorazione». I contatti tra disegnatore e sceneggiatore sono stati molto radi; un paio di telefonate, qualche mail. Ma i testi «erano molto belli, fantastici per chi fa questo mestiere, perché erano descrittivi ma allo stesso tempo lasciavano molto spazio all'immaginazione».

Protagonista della graphic novel è Stavros, impiegato in una compagnia di assicurazioni (come lo fu Kafka), che si reca da un neurologo perché sente delle voci, ma soltanto in presenza di acqua che scorre. Ovvia la diagnosi della sua schizofrenia, e altrettanto naturale la raccomandazione di Sclavi nella sceneggiatura: «In questa città piove e pioverà sempre. Dall'inizio alla fine del racconto». L'unico momento in cui non cade la pioggia è durante il sogno di Stavros, il solo momento di (apparente) felicità. Il protagonista vola come Icaro, per poi precipitare in un universo fatto di incubo, di angoscia, di dolore.

«L'acqua, se uno si ferma a pensarci, scorre sempre; e quindi anche le voci si sentono sempre», dice il disegnatore. A un certo punto il testo di Sclavi ammette che il corpo umano può arrivare ad essere costituito fino al 99 per cento di questo elemento indispensabile alla vita: «Tutta questa acqua - si chiede l'autore nel libro - dovrà pure finire da qualche parte».

L'intero romanzo a fumetti è un lunghissimo sogno, un'allucinazione: «Viene da dirsi: come fa il protagonista a non impazzire subito?» 

Malgrado il tema conduttore liquido, non si tratta certo di una favola alla Guillermo Del Toro; ma a mancare non sono certo i mostri cari al repertorio del regista messicano, che in questo caso, secondo Dell'Edera, «sono costituiti dall'indifferenza nei confronti delle altre persone, dei freak, degli alieni».

La storia è suddivisa in episodi: «Il protagonista passeggia per questa città perennemente battuta dalla pioggia, e così incrocia altre vite». Le atmosfere sono volutamente depressive, violente, con l'intenzione di suscitare disagio. «Ogni episodio ha qualche aspetto strano, c'è sempre un elemento disturbante», perturbante. In fondo, «è la morte il vero mostro, onnipresente in questa storia». A un certo punto, l'effetto è quasi autoparodistico: un giorno della settimana qualunque viene denominato mortedì. È il tempo in cui «il decesso diventa un evento quasi banale, una persona sola al mondo muore e non c'è nessuno da avvertire».

Ma che idea ha della morte Sclavi? «Di certo ne ha parlato parecchio, da Dylan Dog in poi; secondo me ha un'idea romantica della morte, è un qualcosa con cui giocare, di cui parlare, che non suscita odio o paura». L'episodio in questione «è paradossale, quasi grottesco: una persona muore al tavolo di lavoro e a nessuno interessa niente».

In un altro breve capitolo, un uomo si reca dall'anziana madre con l'intenzione di vendicarsi dei presunti torti subiti; ma solo alla fine rinuncia all'omicidio, e non è chiaro, tra i due, chi sia il buono e chi il cattivo.
Quello che Sclavi tenta di dimostrarci è: ciò che stiamo vivendo è reale, ma solo fino a un certo punto. Ci sono questi alieni che arrivano in una città battuta dal maltempo come la Los Angeles di Blade Runner, e nessuno, sotto il proprio ombrello, sembra stupirsi di niente. «In effetti - dice Dell'Edera - il concetto di straordinario in questa epoca è un po' vacuo: dura una frazione di secondo, non ci si accorge più di niente».

Il disegnatore tenta di interpretare la sceneggiatura a cui ha dovuto dare una forma, e di cui ha parlato poco con il suo autore: «Prima o poi ci ritroveremo e ci diremo: ma esattamente, cosa volevamo dire in quel libro?» In fondo, il lato bello di Sclavi è che «tutto quello che scrive è fatto di pieni e di vuoti»; ci sono dei pieni in cui avviene qualcosa e dei vuoti in cui puoi cadere dentro, immergerti, e vedere tutto da un'altra angolazione. Ogni interpretazione, in fondo, è legittima.

Ma tutta quell'acqua, tutte quelle voci, alla fine dove andranno a finire? «Io sono ateo - dice Dell'Edera - e per me ogni cosa, come l'anima, finisce chissà dove e come. È il solito principio del nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma».

Sclavi tenta di dirci anche qualcos'altro: che tutti vivono, e sarebbe anche ovvio, ma nessuno se ne rende davvero conto. «Emblematico a questo proposito - dice il disegnatore - è il racconto in cui il protagonista incontra un signore che gli racconta di avere vissuto una vita bellissima e poi, a un certo punto, entra in casa, prende una pistola e si spara. Mentre lo fa sta ancora ridendo». 

Come L'uomo della folla di Edgar Allan Poe, Stavros vagabonda in una città gremita di gente; ed è il lettore, non l'io narrante, a seguirlo con curiosità mista a terrore, conscio che «vi sono segreti che non si debbono dire» e che le vite degli altri ci scorrono davanti come un fiume maestoso e inarrestabile. Ultimo aggiornamento: 17-01-2019 18:49 © RIPRODUZIONE RISERVATA