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Riccardo De Palo
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di Riccardo De Palo

Il fascino maledetto dei libri proibiti (e perché c'è chi invoca la censura)

Il fascino maledetto dei libri proibiti (e perché c'è chi invoca la censura)
di Riccardo De Palo
4 Minuti di Lettura
Venerdì 31 Gennaio 2020, 15:34
Uno dei primi casi registrati di censura fu quello subito da Aulo Cremuzio Cordo, una delle figure di spicco della storiografia romana del dissenso, che nei suoi Annales esaltava il tramontato regime repubblicano, contrapposto al nuovo ordine imperiale. "Il libro dei libri proibiti", curato dal gruppo di esperti internazionali The Book Fools Bunch (Edizioni Clichy) apre proprio con il suo nome - accusato di lesa maestà - la cronologia di duemila anni di atti ostili contro le opere dell'ingegno umano. C'è solo un breve saggio introduttivo, seguito da una moltitudine di liste, un elenco preciso e ininterrotto che provoca un senso di vertigine. Autori messi al bando, singoli interventi censori, veri e propri roghi: da quello ordinato dal faraone Akhenaton per distruggere tutti i manoscritti della Biblioteca di Tebe, fino ai libri bruciati dai nazisti e, di recente, dall'Isis.

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L'intento è spingere il pubblico a leggere proprio quei titoli che, per una ragione o per l'altra, sono finiti all'indice. «È una storia - scrivono gli autori - che va avanti più o meno da tremilacinquecento anni», da quando è nata la scrittura. «I libri sono lo strumento più rivoluzionario che gli esseri umani abbiano inventato»; per questo «sono stati sempre proibiti», dalla politica, dalla Chiesa, dalla morale.

La censura è la madre della metafora, scriveva Borges; ma è anche l'arma preferita di tutte le dittature. «Il controllo è un aspetto della storia della cultura fondamentale», dice Mario Infelise, professore a Ca' Foscari e autore di molti saggi sull'argomento, come I padroni dei libri: Il controllo sulla stampa nella prima età moderna (Laterza). «Io preferisco parlare di controllo, perché non esiste solo il rogo; ci sono forme più sottili e anche più efficaci».

«Fino alla fine del Settecento - spiega Infelise - in tutti gli Stati europei per poter pubblicare un libro bisognava chiedere l'autorizzazione; e quindi c'era un sistema burocratico, ecclesiastico e civile, che si occupava proprio di questo. Però ci sono molti modi di intervenire: con i censori si discute, si traffica, si arriva a compromessi, abbastanza sistematicamente. La questione dei roghi spesso abbaglia e impedisce di vedere questi meccanismi più insidiosi».

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Oggi, paradossalmente, siamo in una situazione simile a quella di molti secoli fa. «Avvertiamo il problema perché le nuove forme di comunicazione - dice Infelise - l'hanno in qualche modo introiettato». È un po' come è successo al tempo dell'invenzione della stampa: «I primi settant'anni dopo Gutenberg sono stati completamente liberi. Poi questo stato di cose ha prodotto la riforma protestante, ed ha cominciato a delinearsi un sistema di controllo». Noi, oggi, «viviamo una fase abbastanza simile: i primi anni di Internet sono stati anni di assoluta libertà. Negli ultimi tempi, invece, molti cominciano ad avvertirne i rischi, i pericoli - la violenza, il dark web - tanto che persino da parte liberale c'è chi chiede un controllo della Rete».

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«Oggi - dice il sociologo esperto di media Derrick de Kerckhove - viviamo in un'era di post-verità permanente. Credo sia inaccettabile permettere che Facebook possa pubblicare notizie false. La gente ha il diritto di esprimere le proprie opinioni, la censura delle idee è un'altra cosa. Il social network invece è un'azienda privata, ma che di fatto svolge un servizio pubblico».



Anche la storica e scrittrice Barbara Frale, in servizio presso l'Archivio Apostolico Vaticano, sostiene la necessità di norme stringenti: «Vedo quello che guardano i miei bambini su YouTube e dico che ci vorrebbe la censura, perché i contenuti sono aberranti». «L'arte nel Medioevo era soggetta a un controllo - prosegue - un decreto di Gregorio Magno invita, poiché il popolo tende a fare ciò che viene rappresentato, a creare bei mosaici edificanti. L'intrattenimento deve elevare le persone, mentre oggi tutto ciò che è brutto, squallido, cinico, diventa spettacolo. Come la violenza e gli stupri ne "Il trono di Spade"».

Non si deve certo tornare al Sant'Uffizio, che imponeva pene pesantissime. «Stiamo apprendendo strada facendo - dice Infelise - l'effetto delle nuove tecnologie sulla società». Ma bisogna sempre agire con accortezza; perché «anche le democrazie liberali vacillano».
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