Foligno, per il biodigestore ci sono 9 indagati

Venerdì 15 Novembre 2019 di Luca Benedetti
FOLIGNO - Non solo presunte violazioni ambientali. Ma per il biodigestore di Casone (Foligno Biometano) spuntano la turbativa d’asta e la truffa aggravata. E gli indagati, per cui la procura di Spoleto ha chiesto al Gip la proroga delle indagini, sono nove.
Frode in pubbliche forniture, falsità ideologica commessa da pubblico ufficiale in atti pubblici, turbata libertà degli incanti e violazione del codice degli appalti nell’articolo che vieta il subappalto senza l’autorizzazione: sono queste le ipotesi di reato a cui sta lavorando la Procura di Spoleto (pm Michela Petrini) che ha chiesto al giudice per le indagini preliminari, una proroga di sei mesi per indagare ancora sull’impianto realizzato e gestito dalla società Asja e che fa parte del sistema dei rifiuti dell’ex Ati 3.
Il fascicolo è stato aperto dalla Procura guidata da Alessandro Cannevale, con gli indagati che sono iscritti dalla la scorsa primavera. E tutto ruota sulle tappe che ha portato alla realizzazione del biodigestore di Casone, impianto entrato in funzione nell’estate dello scorso anno. A muovere le acque, dopo un ricorso al Tar dichiarato inammissibile, è stato il Wwf con l’assistenza dell’avvocato Valeria Passeri. L’associazione ambientalista a firma di Sauro Presenzini aveva presentato un corposo esposto che adombrava passaggi non perfettamente in linea con la norma. Non solo, ma anche per questo la Procura si è mossa delegando le indagini ai carabinieri del Noe comandati dal maggiore Francesco Motta.
Un esposto che parte da lontano e ricorda tutte le criticità ambientali della periferia sud di Foligno che hanno nella zona di Casone il fulcro scelto per realizzare gli impianti che lavorano da anni in tandem con la discarica di Sant’Orsola, a Spoleto.
Tra l’altro nell’esposto degli ambientalisti è sottolineato come: «...i sindaci dell’Ati 3 approvano con delibera 3/15 il progetto di un impianto non conforme al Prg del Comune di Foligno, vietato dalle norme del Piano per l’assetto idrogeologico, oltre che dalle norme sugli impianti energetici e dalla norme sanitarie». Sostanzialmente per il Wwf è stato autorizzato «un impianto non autorizzabile». Casone è luogo caldo anche perché, secondo l’esposto, l’area «è classificata come Fascia A di pericolosità idraulica ......e per poter costruire (nonostante il generale divieto) l’impianto pubblico, occorre accertare e dichiarare la sua “non delocalizzabilità” in altro sito, ovvero accertare che sussiste impossibilità tecnica di poterlo realizzare in altro sito». E ancora: «il sito di Casone classificato da Prg del 1997, ad oggi vigente, come “area agricola di pregio con falda idrica affiorante”, occorre procedere con una variante al Prg, preceduta da apposita Vas...». Tra l’altro gli ambientalisti hanno contestato la bontà dello studio di prefattibilità ambientale presentando non solo un esposto, ma anche, addirittura, un’istanza di sequestro. Istanza a cui la Procura non dà seguito, ma quell’esposto gonfia il fascicolo su cui lavoreranno i carabinieri del Noe.
Al culmine della polemica, gli affondi contro il progetto su sicurezza ambientale e scelte urbanistiche, sono stati respinti anche con dure note dell’Ati 3. Che ha censurato quella che l’Ambito integrato bollava come la «campagna di falsità del Wwf Umbria». In particolare si sottolineava che veniva costruito un impianto più sicuro di quello esistente. E venivano spiegati anche i vantaggi per i cittadini sul fronte delle bollette con conferimento dei rifiuti organici a prezzi minori dia altre zone dell’Umbra attaccando le mosse comuni di Wwf e M5s. Poi è arrivata l’inchiesta della Procura di Spoleto per un pacchetto di accuse sì pesanti, ma tutte da dimostrare. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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