Concorsopoli, il silenzio
dei testimoni contro Bocci

Mercoledì 16 Ottobre 2019 di Enzo Beretta
PERUGIA - Liberi di rimanere in silenzio. Ma anche liberi di mentire. Sono le facoltà riservate ai cosiddetti testimoni assistiti, vale a dire agli indagati di reato connesso che la Procura di Perugia chiede di sentire nel processo contro l’ex segretario del Pd umbro Gianpiero Bocci in questa fase accusato di rivelazione di segreti d’ufficio. Soltanto nella lista dei pubblici ministeri Paolo Abbritti e Mario Formisano che hanno scoperchiato il pentolone di Concorsopoli ce ne sono sette su un elenco totale di 21 nomi, uno su tre. Ecco dunque i big Emilio Duca e Maurizio Valorosi, rispettivamente ex dg dell’ospedale di Perugia ed ex direttore amministrativo del Santa Maria della Misericordia, la candidata che nell’ottica accusatoria è stata aiutata da Bocci, Elisabetta Ceccarelli, testimone comune con la difesa, Roberto Ambrogi e le altre Maria Cristina Conte, Anna Cataldi (caso Marini) e Tiziana Ceccucci. Potrebbe diventare testimone indagato di reato connesso anche l’ex direttore generale dell’Usl Umbria 1 Andrea Casciari, nella lista dell’avvocato David Brunelli: il manager ha scoperto da poco di essere indagato per abuso d’ufficio e falso in atto pubblico.

I testimoni indagati in procedimento connesso possono avvalersi della facoltà di non rispondere perciò non sono obbligati a rendere la loro testimonianza in aula. E’ probabile, con alcuni distinguo, che ciò accadrà, nonostante alcune posizioni siano state parzialmente definite (Duca va in abbreviato, Valorosi non ha ancora finito di patteggiare) a differenza di alcune altre, le cui strade, con la conclusione delle indagini rinviata a dopo le elezioni, sono imprevedibili. Nel caso in cui questi otto testimoni decidano di rispondere, invece, le opzioni sono due: non avendo prestato l’impegno («Consapevole della responsabilità morale e giuridica che assumo con la mia deposizione mi impegno a dire tutta la verità e a non nascondere nulla di quanto è a mia conoscenza») possono mentire senza correre il rischio di incappare in un’incriminazione per falsa testimonianza. Cosa diversa, e in questo secondo caso sono obbligati dire la verità, quando vengono interpellati a proposito di questioni che non li riguardano direttamente ma investono terze persone. Cosa importante: se Duca e Valorosi si avvalgono della facoltà di non rispondere le dichiarazioni rese nel corso di quella sfilza di interrogatori che si sono ripetuti in Procura a giugno, prima che tornassero liberi, dal punto di vista processuale sarebbero inesistenti. Ma per Valorosi le cose potrebbero essere diverse.
I tempi. Sono fondamentali in questo processo. Valorosi chiede di patteggiare a due anni (con altri otto mesi aggiuntivi dovrebbe cavarsela dopo la chiusura delle indagini), Duca vorrebbe l’abbreviato condizionato. L’udienza del 24 ottobre dinanzi al gup Lidia Brutti però salterà per l’astensione delle Camere penali italiane. Verrà nuovamente fissata a novembre. Se il giudice accoglie il patteggiamento di Valorosi e quest’ultimo non impugna, anche perché non gli conviene considerato che esiste un accordo di massima coi pm per il secondo round, la sentenza diventa definitiva entro poche settimane o al più entro qualche mese. Col processo di Bocci in pieno svolgimento Valorosi diventerebbe 'impumone’. Si aprirà una questione giuridica per stabilire se e in quale modo verrà sentito, però, perché se da una parte in aula non potrà più avvalersi della facoltà di non rispondere è altrettanto vero che dall’altra c’è il troncone più importante dell’inchiesta del quale non si potrà ignorare l’esistenza. I tempi del giudizio abbreviato, soprattutto se condizionato a sei testi come vorrebbe l’avvocato Francesco Falcinelli, rendono invece più improbabile per i pm la possibilità di far parlare Duca a processo. L’eventuale condanna non sarà esecutiva in tempi veloci: ci sarà un appello e una Cassazione. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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