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«Andiamo a prendere un caffè». Così la trappola per stuprare la ragazza di 18 anni

«Andiamo a prendere un caffè». Così la trappola per stuprare la ragazza di 18 anni
di Egle Priolo
5 Minuti di Lettura
Mercoledì 2 Marzo 2022, 09:42 - Ultimo aggiornamento: 3 Marzo, 02:18

PERUGIA - È l'ora di pranzo di lunedì, Monia ha chiamato la polizia chiedendo solo aiuto. Ma all'arrivo degli agenti non si vuole far toccare da nessun uomo. L'hanno trovata a terra, di lato alla strada che da Perugia porta alla vicina Umbertide, in una zona nota come Pantano dalle frequentazioni chiacchierate.

Ma Monia (il nome è di fantasia) non è una delle disperate che vendono il proprio corpo lungo quella strada che costeggia i campi, in quel limbo tra le città in cui si perde la vergogna. No. Monia ha 18 anni, è sporca, impaurita e accanto al corpo ha un lungo coltello. Piange e respinge qualsiasi mano maschile tesa a farla alzare. «Mi hanno sequestrata e violentata a turno. Chiusa in una casa con cinque uomini. Mi hanno dato droga e fatta spogliare». Le sue prime parole sono confuse, riassume i ricordi, li sputa via per esorcizzarli. Ma quella stessa versione la ripeterà, uguale e coerente, non una ma quattro volte. In questura e in ospedale, dove è stata ricoverata in seguito alla violenza, mentre ripercorrerà l'incubo di un passaggio di pochi chilometri diventato sequestro e stupro e per cui è riuscita a far individuare dalla polizia tre dei cinque uomini che l'hanno chiusa in una casa per abusare di lei. Due, compreso uno accusato della violenza sessuale, devono essere ancora presi, ma gli investigatori della squadra mobile di Perugia hanno già il suo nome e sanno da dove è partito.
Perché è stato a lui che Monia, origini ivoriane ma proveniente da Castiglion Fiorentino in provincia di Arezzo, ha chiesto un passaggio per Firenze da cui avrebbe dovuto prendere un treno per Bergamo. Monia e il ragazzo non si conoscevano bene, si erano visti solo tre volte, ma lei si è fidata. È andata a prenderla in auto in compagnia di un amico (l'altro ancora da identificare) e sono partiti. Ma quando lungo la strada la ragazza si è accorta di andare verso sud e non in direzione di Santa Maria Novella ha chiesto spiegazioni. «Andiamo a prendere un caffè a Perugia, mangiamo qualcosa e poi andiamo a Firenze», le ha risposto il ragazzo, presentato da amici comuni. Ma una volta tirato il freno a mano dell'auto c'è stato chi le ha stretto i polsi e l'ha costretta a entrare in casa, chi ha chiuso la porta a chiave impedendole di uscire. Casa in cui – sempre secondo il suo racconto - c'erano altri tre uomini, impegnati a bere, fumare e drogarsi. E lì è iniziato l'incubo. Fatto di alcol ingurgitato a forza, mentre uno le teneva la testa e un altro la costringeva a tirar su cocaina spingendola con violenza sulle dosi già in strisce sul tavolo. Una volta che la sua volontà era stata completamente annichilita, come se non bastasse essere cinque contro una, in due «la conducevano in camera da letto – riassume il gip Margherita Amodeo nell'ordinanza che ha imposto arresti domiciliari e obbligo di dimora per i tre presunti aguzzini identificati -, la spogliavano interamente, si spogliavano a loro volta e la costringevano ad aver un rapporto sessuale».
Dopo la violenza, Monia ha raccontato di essere uscita dalla stanza, in tre avevano lasciato la casa e lei ha provato a scappare dal balcone, ma è stata fermata dall'uomo che l'ha afferrata per il collo e riportata dentro l'abitazione. Ha anche provato a prendere un coltello, ma è stata disarmata. La fuga le è riuscita solo approfittando di un attimo di distrazione del suo carceriere, bruciando su un fornello un sacchetto di brioche e brandendo un coltello ancora più grosso. Poi l'uscita concitata, l'uomo che chiama l'altro compare, la minaccia con una pala ma Monia ha preso un telefono e ha già chiamato la polizia. Troppo tardi. Adesso a scappare sono i due, saliti in macchina e fuggiti via. Almeno finché lei non ha visto le foto segnaletiche e, tra un “pelato” e un “ciccione”, li ha riconosciuti quasi tutti. I tre fermati (uno in effetti si è presentato in questura con l'avvocato alla notizia che lo stavano cercando), di origini albanesi, tra i 34 e i 25 anni, erano gli uomini presenti nella casa del sequestro: uno è quello che chiuso la porta a chiave, il secondo l'ha fatta ubriacare e il terzo, 32enne, avrebbe commesso di fatto la violenza sessuale insieme all'uomo ora ricercato. Il fermo nei loro confronti non è stato convalidato perché non è stato rilevato dal gip il pericolo di fuga: inquietante – se fossero confermate le accuse della ragazza – la motivazione proprio per il 32enne, considerato radicato nel territorio italiano e che vive con i genitori e le due figlie minorenni, affidate a lui dal tribunale di Perugia.
La testimonianza di Monia è confermata, ricorda sempre il gip, dalle risultanze delle visite in ospedale: sia per le lesioni a braccio e torace più le escoriazioni a un fianco e una mano «perfettamente compatibili con la dinamica dei fatti», che per i segni specifici rilevati dai ginecologi. Ma i tre negano tutto, i loro avvocati sono pronti al ricorso al tribunale del riesame per demolire la versione di Monia, tacciata – puntando su una conoscenza iniziata in un night – di essere inattendibile.

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