Sabatini: «Roma mia, con Mourinho e Zaniolo hai tutto: credi nello scudetto»

Walter Sabatini foto Ansa
di Alessandro Catapano
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Lunedì 28 Giugno 2021, 07:30

Dal terrazzo entra una luce intensa, avvolgente. La luce di una Roma che degrada verso il mare, in pace. Dalla luce spunta un uomo che le avversità della vita non hanno piegato, tutt’altro. Walter Sabatini rifugge la pace, ha bisogno del conflitto, vive con affanno ogni attimo, ogni partita. Fabiola, la moglie amatissima, lo vorrebbe acquietato. «E invece io ho dei giramenti improvvisi che non riesco a controllare. Non riesco a godermi la vita, ma almeno questo mi fa sentire vivo. Altrimenti, a me ci si rivolgerebbe solo con epitaffi. E poi ho appena fatto il secondo vaccino, mi sento sparato nell’universo». I suoi celebri scatti d’ira, Lotito e Pallotta ne sanno qualcosa. «Mi ricordo una volta, arrivai in ritardo a Villa San Sebastiano, portavo Angelozzi per trattare Ledesma. Lotito mi inveì contro, lui che notoriamente si presenta agli appuntamenti con tre ore di ritardo. Mi incazzai così tanto che gli rovesciai addosso le pizze che avevo portato per la cena. Però con Claudio è stata una guerra bellissima».
Sabatini, scusi: ma uno come lei a Bologna che tipo di guerra fa?
«Bologna ha tutto, non ha bisogno di niente. Anche la squadra: è buona, ma le manca sfacciataggine, prepotenza. Per questo prendiamo Arnautovic, è un rissaiolo e a me i rissaioli piacciono».
Ma per il carattere Mihajlovic non basta?
«Lui ha dato solidi principi alla squadra, è importante. Ma quello che dà un allenatore alla lunga si affievolisce. Quello che ti danno i calciatori, invece, rimane sempre in vita. Gente come Benatia, o Daniele De Rossi, quelli sì che ti garantiscono un livello di adrenalina sempre alto per affrontare la partita. Gli altri sono bravi ma dormienti, e con quelli anche un allenatore che ci mette tanta coreografia non inverte la tendenza».
Ma è vero che voleva portare a Bologna Marcelo Bielsa? 
«Bielsa a Bologna neanche lo conoscono, ma è l’unico allenatore vivente che ha uno stadio intitolato».
Questo Europeo la diverte? 
«Sì, perché c’è sempre un livello accettabile, non so se per inettitudine delle migliori, o perché le peggiori hanno trovato un modo di stare in campo».
E l’Italia, come l’ha vista contro l’Austria? 
«Ha messo in campo resilienza, capacità di soffrire e umiltà. Certo, ho visto anche una preoccupante inferiorità fisica soprattutto a centrocampo».
Cosa la colpisce di più del lavoro di Mancini?
«Aver creato una squadra che si fonda sul rispetto e la fiducia reciproci. Una squadra diventa forte quando un giocatore pensa che un suo compagno gli darà la palla della vita. E’ una questione di fede, anche per Pablito era così».
Pablito Rossi? Come le è venuto in mente?
«Aveva una fede incrollabile, andava su tutte le situazioni perché si fidava ciecamente dei suoi compagni. Così ha vinto un Mondiale. Sono ancora addolorato. Una morte che mi ha colpito a morte. Era un ragazzo solare, un grande giocatore, se ne è andato in silenzio. Quando me ne andrò io, farò un casino».
A proposito di casino, undici anni fa, di questi tempi, discutevamo della sua frase su Totti: la luce sui tetti di Roma...
«Me ne sono pentito, vorrei non averla mai detta. E poi in pochi hanno capito cosa volevo dire».
Ce lo dica oggi.
«Basta andare in piazza di Spagna, salire gli scalini, e vedi che la luce non muore mai e continua a inondare i tetti. Totti era la luce residua che non se ne va e vuole continuare ad illuminare la scena».
Chissà se i Friedkin la pensano come lei?
«Non lo so e non mi riguarda. I Friedkin non hanno bisogno di consigli. Sono silenziosi, non si mettono nell’agone come facevo io, non vanno a negoziare con la piazza. Stanno zitti, e prendono Mourinho, senza che nessuno lo sappia. 
Grande colpo?
«Un colpo della madonna, che intanto gli ha consentito di mettere un tappo al vaso di Pandora. Tutti dicono: ci penserà Mourinho».
Ci penserà lui?
«Qualcuno arriverà. Mourinho è troppo furbo e intelligente, sa che allenerà una squadra competitiva».
Lotito ha risposto con Sarri.
«Non me lo aspettavo, grande mossa, mai avrei creduto che Lotito potesse pagare un allenatore tre milioni l’anno. Mica come ai miei tempi, che andavamo in Champions con Mutarelli e Cribari, con tutto il rispetto. Bisogna riconoscere che Lotito è un grande presidente, la Lazio è stata un vero prodigio in questi quindici anni, conti a posto, squadra sempre competitiva».
Com’è stato il calcio durante la pandemia?
«Non è stato calcio, è stato Subbuteo. Con il ritorno del pubblico, cambieranno i valori in campo, i campioni ricominceranno a fare la differenza. Il calcio è della gente. Se c’è una cosa che condivido di Mancini, è il concetto di gioia, la gioia di chi gioca e di chi guarda».
Quando ripensa ai suoi anni alla Roma, cosa le viene in mente? «Un’immagine. E’ stato un bel fiume che correva lento ma prepotente verso il mare, con qualche turbinio, poi c’è stata un’esondazione quando la Roma è diventata forte, e dopo il fiume è rientrato e sono rimasti solo i detriti, la mia vita. Io ho solo i detriti della Roma. La Roma mi ha fatto male fisicamente».
Cosa sarebbe potuto accadere se fossero rimasti anche solo la metà dei giocatori che ha portato a Roma?
«Che la squadra avrebbe lottato per lo scudetto per quattro o cinque anni. Ma c’era l’esigenza di vendere, mai dichiarata da Pallotta. Lui era senza pietà, mandava le persone da me con la faccia contrita a chiedermi se potessi tirar fuori 5 o 10 milioni perché altrimenti saremmo andati a gambe all’aria».
Cosa vuole questa città dal calcio? 
«Un capo, come è sempre stato storicamente. Un despota che ispiri fiducia, che sia inattaccabile. Se tu fai un calcio dialettico, sei morto, tu devi fare un calcio in cui si dice: lo ha detto Mourinho, tutti zitti».
Cosa non le piace del calcio italiano?
«Gli investitori stranieri mi piacciono, hanno portato soldi, ma sono venuti con una prosopopea inaccettabile. Con le loro statistiche, i loro cacciatori di teste, ma per favore. Non ci sono sistemi nel calcio, la qualità di un cross non può essere determinata da un numero».
Come sarà il prossimo campionato?
«Bellissimo. La bellezza è una necessità, come diceva Carmelo Bene. Mi aspetto che si realizzi, che non sia vilipesa o ridotta a cosa marginale. La bellezza te la danno i calciatori, mi aspetto grandi cose, tornerà a essere un calcio gioioso. E attenzione, anche la Roma si giocherà le sue carte per lo scudetto, c’è un aggiustamento collettivo di cui può approfittare. Lo sciamano ce l’avete, e anche dei valori: guardate Spinazzola, e il mio idolo, il ragazzino, Zaniolo. Quando è dentro il campo, va dritto per dritto, speriamo che non sia condizionato dagli infortuni, è forte perché è prepotente». 
Il suo grande cruccio?
«Pastore. Era il sogno trasferito dentro il campo di calcio. I romanisti rideranno, ma era straordinario. La ricchezza lo ha cambiato». 
Chi vincerà l’Europeo?
«Non lo so, ma io faccio il tifo per Luis Enrique. A Roma lo chiamavate Stanlio. Siete incredibili».

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