CORONAVIRUS

Iniesta e gli altri: nel calcio raddoppiano i depressi, colpa dell'ansia per il futuro

Lunedì 20 Aprile 2020 di Gianluca Cordella
Fifro: col coronavirus raddoppiati i casi di calciatori depressi, più colpite sono le donne
Il primo a uscire davvero allo scoperto è stato Andres Iniesta. L’ex campione di tutto - con le maglie di Barcellona e Spagna - all’inizio del mese aveva rilasciato dal suo isolamento a Kobe, Giappone, un’intervista significativa: «Ogni volta che vedo la foto di una partita o di uno stadio pieno, mi sento disperato», aveva detto al Guardian. Il 36enne spagnolo, che per chiudere la carriera ha scelto il Vissel Kobi, nella J-League nipponica, aveva già combattuto e battuto la depressione nel 2010: una storia di pressioni, di infortuni e di un lutto pesante. A distanza di dieci anni quel nemico è tornato, veicolato dal caos totale del Coronavirus. Iniesta si è ritrovato isolato in Giappone - certo, con moglie e figli ma lontano da tutto il “suo” resto - senza il calcio e con una carriera agli sgoccioli che potrebbe essere scivolata via definitivamente prima del ritorno alla normalità. Ecco: per Iniesta come per molti altri atleti sono tutte potenziali mine di una depressione non così difficile da far esplodere.

I NUMERI
Lo ha certificato anche la FifPro, il sindacato mondiale dei calciatori professionisti che, in uno studio diffuso ieri e realizzato con l'ospedale universitario di Amsterdam, ha spiegato come, dall’inizio dell’emergenza sanitaria - e dunque dalla sospensione di tutti i campionati nazionali e i tornei internazionali – sia raddoppiato il numero delle calciatrici e dei calciatori depressi. Il sondaggio ha coinvolto 1.602 atleti di diversi paesi: 1.134 giocatori di sesso maschile, con un'età media di 26 anni, e 468 giocatori di sesso femminile, con un'età media di 23 anni. Secondo i dati «il 22% delle donne e il 13% degli uomini ha sintomi compatibili con la diagnosi di depressione», mentre si parla di «ansia generalizzata» per 18% delle giocatrici e per il 16% dei giocatori intervistati. Percentuali che, prima dello scoppio della pandemia, non superavano l'11% per le ragazze e il 6% per i ragazzi. I fattori che influenzano il dato sono abbastanza semplici da individuare, specie alla luce del caso Iniesta. Intanto viene a mancare la pressione che per il giocatore è adrenalina, benzina esistenziale. E poi, soprattutto, c'è l'incertezza. Per chi è avanti con gli anni, sotto forma di clessidra del tempo che finisce. E per chi invece è giovanissimo e magari in rampa di lancio che adesso vede davanti a sé uno stop brusco che non restituisce certezze sul fatto che i discorsi intrapresi in precedenza possano essere portati avanti. Per le ragazze, poi, che hanno guadagni ben distanti da quelli degli uomini i problemi sono anche di altra natura. “Con le mia compagne parliamo spesso: la nostra paura è il dopo, quando tutto sarà finito, quando ci sarà il vuoto: che facciamo? Chi siamo? - racconta Elena Linari, difensore della Nazionale e dell'Atletico Madrid - Non abbiamo mai affrontato il mondo del lavoro, dobbiamo reinventarci. E per una donna che punta tutto sul calcio senza quei guadagni che ti garantiscono il futuro, quel vuoto può essere più pesante... Ecco: capisco come per qualche calciatore o calciatrice questa lunga e improvvisa assenza dal campo possa rappresentare un'anticipo di quel vuoto che ci fa paura». Ultimo aggiornamento: 23:17
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