Datome a Il Messaggero: «Io come Harry Potter, un maghetto tra i giganti»

Mercoledì 1 Agosto 2018 di Alessandro Angeloni

Nba, Turchia, prima Siena e Roma, Gigi Datome, campione internazionale di basket. Un altissimo tra i sardi. «Roma mi è rimasta dentro, mi fa male pensarla in questo stato». La Capitale gli è rimasta dentro, infatti passa da queste parti e ci viene a trovare. La vede poco, ma si accorge che andrebbe migliorata. «Qui ci sono meraviglie, posti incantevoli. Bisogna trattarla meglio», confida Gigi con un pizzico di nostalgia. Ha il look alla Davide Moscardelli, la barba lunga c’è sempre e non è «sintomatica di un grave virus postatomico». I social gli piacciono, «ma da buon sardo, amo la riservatezza: metto solo ciò che mi fa piacere». Nato a Montebelluna quasi per sbaglio, la sua vita è Olbia. «Della Sardegna ho tutto, testardaggine, orgoglio, lealtà. Il Veneto mi ha visto nascere e basta». Il mare lo ha portato lontano, per quindici anni disperso tra il Continente, gli Usa e la Turchia. Nel frattempo è diventato uomo. Un omone. Suona la chitarra, legge un libro a settimana. Sempre tra un canestro e l’altro. 
È vero che ha una passione per la storia di Harry Potter?
«La trovo bellissima e pensare che hanno fatto fatica a trovare una casa editrice disposta a pubblicarla».
In un derby turco ha rimediato una monetina in testa e si è procurato un taglio a forma di fulmine, proprio come Harry, il protagonista del libro.
«È vero. Il sangue tracciava proprio quel simbolo, sono rimasto impressionato quando me lo hanno fatto notare. Infatti ho scritto alla autrice, postando la foto col taglio».
 

A Joanne Rowling?
«Sì, mi ha pure risposto: “Ho appena visto! Per la cronaca, nessuno ha bisogno di una cicatrice a forma di fulmine per incontrarmi. Rimettiti presto”».
L’ha incontrata poi?
«No, non ancora. Ma ci sentiamo, ho partecipato - da lontano - a certe sue iniziative benefiche. Suo marito è un appassionato di basket».
Harry Potter uguale fantasia, magia. 
«La fantasia è un aspetto importante dello sport. Anche se il basket è molto strutturato, le dà poco spazio, anche se ci sono comunque delle giocate fantastiche. La gente vuole quello, giusto che sia così». 
Lei è un mago del basket?
«No, sono tutt’altro giocatore, ma il colpo capita anche a me».
A Roma è stato un protagonista, un idolo.
«Bei tempi, abbiamo sfiorato lo scudetto. Spero che la Virtus possa tornare presto ai grandi successi. Ora torna a giocare al Palalottomatica, magari è un segnale. Chissà». 
Il basket italiano sarà mai come il calcio?
«Mancano soldi, grandi personaggi».
Basta invitare i grandi campioni?
«Sì, ma in Italia non vengono». 
Lei infatti se n’è andato in Usa.
«L’Nba è il top, lì giocano i più grandi talenti di questo sport. Per me sono stati anni di crescita, ho saputo competere, anche se non ho mai raggiunto i livelli dei big». 
LeBron, ad esempio?
«Lui è un personaggio in tutti i sensi, non solo un grande talento. Con lui i big sono Durant e Curry. Alto livello».
Come Ronaldo nel calcio?
«Esatto. Figli dei tempi moderni: industrie, multinazionali». 
Ha giocato a Boston, ha mai visto il presidente della Roma, Pallotta?
«L’ho visto più a Roma che a Boston. Lì ho incontrato la sorella, che ha il posto proprio sul parquet, al fianco del coach. E’ stata lei a presentarsi a e adirmi che il fratello era presidente della Roma. Ho fatto l’esperienza che volevo, mi sono tolto uno sfizio, ora al Fenerbahce ho avuto la possibilità di vincere tutto quello che prima non ero riuscito a vincere».
Ora gioca in una squadra mito, con un tecnico guru, Zeljko Obradović.
«Lui è un coach eccezionale. Si rivolge ai giocatori con modi molto duri, a volte ti mette in soggezione. Ma ormai siamo grandi e vaccinati. Alla fine ha sempre ragione lui».
A prescindere.
«Sì, testato. Pensi di avere ragione e poi ti fa vedere un video e ti dimostra che hai sbagliato. Parliamo davvero di un maestro».
La situazione economica del Fenerbahce, si dice, non è proprio eccezionale.
«Ma io sono tranquillo. Ho parlato con chi di dovere e mi ha rassicurato. Per quanto mi riguarda sono a posto con tutti i pagamenti degli stipendi. E poi, la garanzia per tutti o proprio Obradovic: se sa che non può svolgere il suo lavoro, sarebbe il primo ad andarsene».
Giocare per il Fenerbahce è come rappresentare una nazione.
«È proprio così. Il Fener ha trenta milioni di tifosi su ottanta milioni di turchi, anche quando andiamo in trasferta siamo più dei sostenitori della squadra di casa. Lì c’è una passione sfrenata per il basket, io sono un idolo, mi conoscono tutti, mi vogliono bene. Anche se rispetto agli Usa è un basket diverso, meno atletico, meno spettacolare. Ma una squadra come la mia, il Fenerbahce, nell’Nba non sarebbe certo l’ultima».
La situazione politica, il terrorismo, Istanbul oggi non è tra le città più tranquille.
«Si ma io cerco di vivere nella normalità. Dall’esterno dà la sensazione di essere la Siria».
In Italia ci sarà mai una passione del genere per il basket?
«Non penso. Il calcio è facile: metti due casse per terra e hai le porte, nel basket se non ci sono i canestri non giochi. Alcune tradizioni, per cultura, sono più attrezzate, predisposte, come la Serbia».
Parliamo della Nazionale. 
«Per me l’azzurro è il nervo scoperto, vorrei vincere qualcosa con questa maglia. Da tredici anni indosso la maglia azzurra».
Dalla Nazionale manca da un po’.
«Alla fine ho saltato due partite, ma purtroppo i calendari sono quelli che sono. Nel calcio, quando c’è l’Italia si ferma tutto, nel basket non è così, purtroppo».
E lei è diventato rappresentante sindacale anche per provare a risolvere il problema? 
«E’ stata una grande iniezione di fiducia da parte dei miei colleghi, che mi hanno eletto senza che mi fossi candidato. Vogliamo portare, attraverso la distribuzione delle gare, ad arrivare in Nazionale con gli stessi standard fisici. Un’impresa, ma ci proveremo».
E’ vero che è amico di Totti e De Rossi?
«Li ho conosciuti quando ero a Roma, ma non li sento. Di Francesco ho seguito il suo addio al calcio. Bellissimo. Lui è uno che muove le folle, un personaggio riconoscibile in tutto il mondo. Pensate, una volta comprai un giornale turco quando il Fener vinse la coppa nazionale e in prima pagina c’era la foto di Totti che era stato mandato via da Trigoria da Spalletti».
A proposito di simboli a tutto tondo: Marc Gasol, il campione Nba è andato volontario sulla nave dell’Ong Open Arms. Che ne pensa?
«Si può essere più o meno d’accordo sul gesto, ma resta il rispetto per chi fa una cosa del genere. Lui, lì, c’è andato. Io no. Voi?».
 

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