Brady, io sono leggenda: perché il 7° trionfo al Super Bowl travalica i confini della Nfl

Brady, io sono leggenda: perché il 7° trionfo al Super Bowl travalica i confini della Nfl
di Gianluca Cordella
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Martedì 9 Febbraio 2021, 07:30 - Ultimo aggiornamento: 21:41

Il trionfo di Tom Brady nell’edizione numero 55 del Super Bowl pone subito un problema linguistico. Come etichettare un campione di questa portata quando anche il titolo di Goat, Greatest of all time, appare riduttivo? Che il quarterback pluridecorato fosse il migliore di tutti i tempi nella storia del football americano, in fondo, lo si sapeva già da tempo. Ma ciò che ha fatto mentre l’Italia dormiva la notte tra domenica e ieri è qualcosa che spazia dal mito alla leggenda fino a toccare l’epica e l’immortalità sportiva tout court. In sintesi estrema è successo questo: Brady, a 43 anni, si è messo al dito il settimo anello da campione, per la quinta volta da Mvp, con un roster assemblato pochi mesi fa dominando in finale la squadra più forte della lega nonché campione uscente e il suo quarterback con un futuro certificato da un contratto da 503 milioni di dollari. Poi ci sarebbe un’altra impresa, meno sportiva, diciamo così: quella di avere l’attuale moglie, Gisele Bundchen, e la sua ex fidanzata, Bridget Moynahan, a tifare fianco a fianco in tribuna insieme con i due figli avuti dalla prima e con il primogenito dato alla luce dalla seconda. Tutti insieme appassionatamente. Una bacheca grande per una famiglia grande. Un po’ come la storia del pennello Cinghiale. Ci sta.

IL VERDETTO DEL CAMPO
All’interno del Raymond James Stadium parzialmente riempito da 25 mila spettatori - Tampa Bay è la prima squadra designata a ospitare la finale che riesce a raggiungerla e ora è anche la prima vincerla - i Bucs travolgono 31-9 i Chiefs campioni uscenti. Il cui quarterback, Patrick Mahomes, stella che reggerà i destini mediatici futuri della Nfl, fa una figura imbarazzante, con il suo attacco che chiude con zero touchdown. La colpa è in gran parte della difesa perfetta dei Bucs e di quel signore di 43 anni che da solo ha vinto più volte il Super Bowl di qualsiasi squadra: Patriots e Steelers hanno festeggiato al massimo 6 volte, Brady 7. Anche ieri ha illuminato la scena con i suoi partners in crime di sempre, uno su tutti: Rob Gronkowski, il tight end dei record, che a 29 anni aveva detto basta con il football e si era dato anche al wrestling, ma che, quando Brady l’ha richiamato alle armi dopo il divorzio con New England e il passaggio a Tampa, non ha saputo dire di no. È tornato in campo dopo un anno di stop e ieri ci ha messo del suo, due touchdown tanto per gradire, sempre su lancio dello zio Tom. “Brady to Gronk”, la versione ovale di ciò che sotto canestro era “Stockton to Malone”. E scommessa vinta. Da tutti, nella baia. Brady, in primis. Dopo il divorzio dai Pats molti credevano che quella dei Buccanners potesse essere più che altro la maglia con cui passeggiare sul Viale del tramonto. In fin dei conti avevano vinto solo un Super Bowl nel 2002 e non andavano ai playoff dal 2007. Anche per questo il trionfo di domenica ha del clamoroso.

ABITUDINI MANIACALI
E se non fosse l’ultimo? Difficile crederlo, ma Tom mica ci ha pensato a dire «Grazie a tutti, esco di scena nel momento di gloria». Va avanti, come il suo fisico perfettamente integro gli suggerisce. Un fisico gestito con metodi quasi scientifici. Dieta 80% a base vegetale e 20% di proteine animali. Eccessi vietati, niente caffé ma nemmeno glutine e latticini. Vietati pure pomodori e peperoni, potenzialmente infiammatori. Gli strappi? Un bel gelato all’avocado. Magari pomeridiano perché alle 20.30 si va a dormire - solo su un materasso anatomico in memory foam, con la stanza tra i 15 e i 18° e con la tecnologia spenta almeno 30 minuti prima (il metodo LeBron) - ché alle 5.30 è già ora di alzarsi. Verrebbe da dire «povera Gisele». Ma il bacio che gli ha riservato dopo il trionfo testimonia che forse sono sacrifici sostenibili.
 

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