Doha, i mondiali di atletica come allenamento per il calcio

Mercoledì 2 Ottobre 2019 di Mario Nicoliello
I mondiali di atletica di Doha
Osservato dalla vetrata del ristorante girevole, al 47esimo piano della Torch Tower, hotel alto 300 metri a forma di torcia, lo stadio Khalifa è un minuscolo caleidoscopio di colori. Il tetto passa dal blu al verde, dal rosso al bianco, per squarciare la notte di questo pezzo di città posseduto dalla Fondazione Aspire. Sedutosi al tavolo, Hamad Al-Obaidly, il capo della comunicazione del Comitato olimpico qatariota, accende una sigaretta e racconta la strategicità dello sport per l’economia della Penisola. Far crescere talenti, organizzare eventi ed eccellere nella medicina sportiva. Questi gli ambiti di azione in cui vengono investiti i proventi derivanti dall’estrazione del gas naturale. Così si spiegano la nascita nel 2006 dell’Accademia Aspire, che ogni stagione sforna giovani talentuosi, e la marea di manifestazioni ospitate annualmente: l’Open maschile e femminile di tennis, il Masters di golf, il giro a tappe di ciclismo, il Gran Premio del Motomondiale, la tappa del Global Champions di equitazione, nonché gare di vela e tiro a volo. Ma anche perché, dal 2015 in poi, siano stati organizzate le rassegne iridate di pallamano, ciclismo su strada e ginnastica artistica. Il giorno che ha cambiato la storia sportiva di questa terra è stato il 2 dicembre 2010, quando l’ex boss della Fifa, Sepp Blatter, aprì la busta contenente il Paese che avrebbe ospitato la Coppa del mondo di calcio 2022. Quando sul cartoncino color blu comparve il nome Qatar, lungo la Corniche di Doha si fece festa quasi come se il Mondiale fosse stato vinto sul campo. La parata celebrativa si prolungò per due settimane fino alla festa nazionale del 18 dicembre, ma poi tutto si fermò. 

L’EMBARGO
È bastato che l’Arabia Saudita, il Bahrain e altri paesi limitrofi proclamassero l’embargo, perché questo lembo di terra desertica - 2 milioni e mezzo di abitanti, di cui solo il 10% indigeni – diventasse un cantiere a cielo aperto. Solo per costruire gli otto stadi e i 32 centri di allenamento sono stati stanziati 6,5 miliardi di dollari e assunti 27mila operai. Due strutture sono già ultimate, tra cui il Khalifa, nelle altre i lavori continuano senza sosta. Si giocherà dal 21 novembre al 18 dicembre, quando la temperatura esterna oscilla tra i 14 e i 26 gradi, ma sette impianti saranno dotati di aria condizionata, che sugli spalti sarà sparata a 22 gradi e sull’erba a 26. Nessuna incidenza sul movimento della palla, poiché il flusso di aria sarà ad onda rovesciata, muovendo dal tetto verso il prato. L’altro elemento innovativo è la modularità degli impianti: alla fine della rassegna la capienza sarà ridotta per renderla compatibile con le esigenze dei club locali. Uno stadio, quello di Ras Abu Aboud, sarà smontato e i vari pezzi riutilizzati. Per avere un’idea di ciò che sarà, occorre salire al quarantesimo piano della Bidda Tower dove, oltre a una visione mozzafiato dello skyline lungo il Golfo Persico, si può studiare la mappa degli impianti: la distanza massima è di 55 chilometri, quindi uno spettatore potrà assistere nello stesso giorno a più partite. Gli stadi avveniristici arriveranno, nel frattempo si è raggiunto il top dal punto di vista sanitario. All’Aspetar, clinica specializzata in ortopedia, apparecchiature sofisticate consentono agli infortunati di rimettersi in sesto. Qui sono stati curati Didier Drogba e Paolo Maldini, che c’è tornato anche col figlio. Spegnendo la sigaretta Hamad riassume in una parola quello che il Qatar intende essere: protagonista. 
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