Virginia Raffaele: «Piaccio ai bambini, ma so essere fedele». Al Brancaccio con “Samusà”

Dopo il successo a Lol, lo spettacolo da lei scritto e interpretato sulla vita dei giostrai: "Di loro si parla solo con pregiudizio"

Virginia Raffaele: «Piaccio ai bambini, ma so essere fedele». Al Brancaccio con Samusà
di Ilaria Ravarino
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Lunedì 2 Maggio 2022, 07:37

Serissima. Al telefono parla poco, ride ancora di meno, si prende tempo per rispondere alle domande. La fama, del resto, la precede. Di Virginia Raffaele, romana, 41 anni, reduce in trionfo dall'ultima edizione di LOL, si dice che sia molto professionale: quell'espressione che si usa soprattutto per le donne (Paola Cortellesi, un'altra) e che sottintende alla disciplina anche un certo secchionismo da prima della classe.

Che per una come lei, che discende da una famiglia di artisti di circo e giostrai (la nonna amazzone, i genitori fondatori del luna park più antico d'Italia) è forse una caratteristica sviluppata in reazione al contesto familiare di generosa, caotica follia. Di questo parla il suo spettacolo, Samusà, in scena appena prima del lockdown e ora per la prima volta a Roma, da martedì al teatro Brancaccio: scritto, interpretato e anche disegnato da lei, autrice delle immagini calate sul palco. Secchiona.


In due anni Samusà è cambiato?
«Durante il lockdown ho pensato di dover aggiornare il personaggio della complottista, per farla parlare di vaccini. Poi però mi sono resa conto che il pubblico, il Covid non lo regge più. E allora ho lasciato perdere. Ora la complottista parla di antitetanica».


Racconta anche la chiusura del luna park di famiglia?
«Sì. Parto dalla moltitudine umana che incontravo in fila al tiro a segno dei miei, e concludo dicendo quello che ho provato quando il luna park ha chiuso. E il rapporto che ho adesso con quel parco».


Che effetto le fa?
«Evito di passarci davanti».


Ci è mai tornata?
«Sì, per fare delle fotografie, quando ormai il parco era distrutto e vuoto. Mi sono seduta su una panchina rotta, senza le zampe. E all'improvviso mi sono ricordata di tutti i gelati che avevo mangiato là sopra, dei mercatini che facevo con le foglie degli alberi, delle persone. È un peccato che la categoria dei giostrai oggi sia stata dimenticata».


In che senso?
«Si parla tanto di circo, ma dei giostrai non si dice nulla, se non con pregiudizio. Li chiamano zingari, con disprezzo. Eppure è un lavoro che ha una sua poesia. È una vita dura. Dopo questo spettacolo i giostrai mi hanno ringraziata, si sono sentiti rappresentati. E per me è stato un grande motivo di orgoglio».


Che vuol dire samusà?
«Vuol dire silenzio, nel dialetto dei giostrai di Roma. Fuori Roma si dice sambosà. È un gergo di parola e di spettacolo, in cui si seminano parole un po' qui un po' là, per non farsi capire dagli altri».


Lei lo parla?
«Con mia madre, spesso. È una sorta di dialetto, una lingua misteriosa, esclusiva, per pochi. Tipo il molisano».


Reduce da LOL: come è andata?
«Impegnativo. Ma ha allargato il mio pubblico: ora mi conoscono persone di una fascia d'età più bassa. Per esempio, hanno cominciato a perseguitarmi i bambini. Adorano la satira sull'arte contemporanea. La capiscono meglio degli adulti».


Il politicamente corretto la censura?
«Io i conti li faccio con il mio gusto, la mia coscienza e le mie idee. Rischio meno perché faccio soprattutto satira di costume e non satira politica. Anche se incredibilmente, a volte, si sovrappongono: interpretare Nicole Minetti fu fare satira di costume. Da bagno (così la imitò dieci anni fa a Quelli che il calcio, ndr)».


Nessun paletto?
«Quando interpreto le donne cerco di evitare offese. O almeno quello che al mio orecchio suona come un'offesa. Non voglio scandalizzare la gente perché si parli di me, ma i sassolini se fai satira te li devi levare. La satira, se non è un po' cattiva, che satira è?».


Scelga: farebbe più volentieri un Sanremo o uno speciale su Netflix?
«Il mio mestiere è fatto di tante partite, belle da vivere anche se non fai per forza goal. Di Sanremo, tra ospitate e conduzioni, ne ho fatti cinque: diamo tempo al pubblico italiano di dimenticarsi di me. Quello che mi piacerebbe adesso è fare un'esperienza cinematografica, anche una serie. Il cinema è una cosa che resta nei miei sogni, sempre».


C'è qualcosa in arrivo?
«Tre di troppo, una commedia con Fabio De Luigi in cui interpretiamo una coppia che non ha figli e che sopporta sempre meno gli amici con figli, diventati paranoici all'ennesima potenza. Quando uscirà? Nessuno lo sa: De Luigi dice che se il cinema in sala continua ad andare così, il film uscirà postumo».
 

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