James Thierrée a Romaeuropa: «Il mio Raoul, più che uno spettacolo è un amico»

Mercoledì 2 Ottobre 2019 di Simona Antonucci
James Thierrée

«Raoul ha una sua vita autonoma. Lo frequento da dieci anni. Più che uno spettacolo è un mio compagno di vita». James Thierrée, 45 anni, mago della scena teatrale e innovatore delle forme circensi, presenta il suo amico immaginario e visionario che vive isolato in una torre-corazza, in un mondo-palcosenico incantato, abitato da teiere parlanti, vestiti animati, meduse-ombrello ed elefanti fantasma: «Siamo cresciuti insieme», spiega, parlando del suo one-man show, «è stato uno scambio in costante evoluzione, anche grazie al rapporto con il pubblico. E spero di invecchiare accanto a lui».

Intanto lo porta in tournée «sempre diverso» ed è in prima nazionale per Romaeuropa Festival, al Teatro Argentina (repliche fino 6 ottobre). «Finalmente qui. Roma per me è l’infanzia, il circo, l’avventura dei miei genitori, ricordi di lunghi tour che attraversavano l’Italia. E infatti, imparai da piccolissimo la vostra lingua. Ma quando facevamo tappa nella Capitale era una festa: ho memorie precise del Teatro Tenda, del Vittoria a Testaccio. Tornare è un’emozione profonda».

Nipote di Charlie Chaplin, ha vissuto nel mondo del circo dall’età di quattro anni insieme con i suoi genitori, Victoria Chaplin e Jean-Baptiste Thiérrée, creatori del Cirque Bonjour e del Cirque imaginaire. «Mi sono sempre domandato, e mi hanno sempre domandato, che cosa rappresentasse per la famiglia, la mia famiglia. Oggi rispondo, serenamente, di considerarla come un lago dove devi imparare a nuotare. Antenati e nipoti, non esistono linee genealogiche verticali, ma cerchi, come onde, e dentro ci si sta tutti insieme, a “bagno” tra eredità passate e proiezioni future».

Attore, danzatore, scenografo e acrobata, oltre che nei suoi spettacoli personali di circo e di strada, lavora anche nel cinema e in teatro: «Parlando del mio lavoro, spesso si usa il termine “nuovo circo”. Definizioni amate più dai promotori che dagli artisti: ormai vecchie. Io vengo dalla pantomima, tradizione antica, dalla danza che mi ha trasmesso mia madre, le arti circensi che ho appreso da papà, dal Piccolo di Milano dove ho studiato, il cinema, un crossroad di culture che non si può ridurre in un termine. Raoul è semplicemente una proposta teatrale, dove è il corpo a mandare avanti la narrazione».

Solo in scena, Thierrée diventa un uomo e il suo doppio, affondando nell’intimità a passo di danza, poesia, acrobazie. «Il confronto tra le diverse identità, io lo racconto con il corpo. Un’ora e mezza con il pubblico addosso, senza filtri. Dopo anni, Raoul è cambiato, ma continua a rappresentare un iceberg, con una parte emersa e un’altra sommersa. E, come succede a ognuno di noi, il suo, e il mio tentativo, è quello di fari sì che entrambe le parti riescano a esprimersi». 

Uno spettacolo onirico, visuale, ma «non virtuale», dice, «io amo tutto quello che è fatto a mano. I video possono essere fantastici, ma in scena spesso uccidono il corpo dell’attore».

E ricorda: «Mi è capitato di far parte della giuria di film in realtà virtuale. Dovevo fare continue pause, per attacchi di nausea. Il mio corpo non capiva perché di colpo non esisteva più. E ancora oggi mi domando come mai la gente desideri sparire per vivere in un pc. Il corpo è la casa delle nostre esperienze. Lo stomaco è più importante del cervello. Si cambia, s’invecchia, ma quando si chiudono delle porte, se ne aprono altre. E Raoul, che mi ha visto diventare adulto, si è arricchito di tutto ciò che l’età e il trascorrere del tempo hanno reso impossibile». 

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