Il compositore Battistelli al Teatro dell'Opera: «Il mio Julius Caesar muore in silenzio»

Il compositore romano Giorgio Battistelli, 67 anni
di Simona Antonucci
5 Minuti di Lettura
Venerdì 22 Ottobre 2021, 10:27

I suoni palpitano, come un magma vulcanico tormentato da continue esplosioni, senza riposo. Amore, odio, competizione, rivalità, in un rincorrersi di note trasfigurate che si dissolvono, nel silenzio improvviso, davanti alle lame dei congiurati. Al Teatro dell’Opera si consuma l’omicidio più importante della storia: quello di Giulio Cesare, protagonista dell’inaugurazione dell’anno 2021/2022. «Un segno importante scegliere di avviare l’attività della nuova stagione con musica contemporanea, da un punto di vista culturale è una rivoluzione», spiega Giorgio Battistelli, compositore romano, 67 anni, direttore artistico del Festival Puccini, dell'Orchestra Haydn di Bolzano, accademico di Santa Cecilia, che ha trasformato in musica la vita dei nostri giorni, con 34 libretti per i teatri e per il cinema, nel mondo. «Il melodramma cui siamo abituati in qualche modo rassicura il pubblico. Tutti lo conosciamo, lo amiamo, lo canticchiamo. Un’opera nuova, no. E il mio Giulio Cesare meno che mai. È inquietante, dà un suono al dubbio. Parte dalla tradizione, dall’iconografia e la deforma. Quasi fosse un dipinto di Bacon».

Julius Caesar, con musiche di Battistelli, testi di Ian Burton e la regia di Robert Carsen, collaudato trio che ha trionfato alla Scala con Co2 e alla Fenice con Riccardo III, debutta in prima assoluta mondiale al Costanzi il 20 novembre (repliche fino al 28). All’evento potrebbe assistere il nuovo sovrintendente, successore di Carlo Fuortes, ora amministratore delegato della Rai, che secondo più voci potrebbe essere Francesco Giambrone, ora alla guida del Teatro Massimo di Palermo.

Sul podio il direttore musicale del teatro Daniele Gatti (anche lui in uscita verso il Maggio Musicale Fiorentino e poi l’Accademia di Santa Cecilia a Roma) e a istruire un coro gigantesco di 80 elementi, «che ha un ruolo centrale nella narrazione», il maestro Roberto Gabbiani. Cast di madre lingua (il libretto tratto da William Shakespeare è in inglese, ma ci saranno sovratitoli anche in italiano) e specialisti del repertorio: per Julius Caesar e il fantasma dell’imperatore Clive Bayley; Brutus sarà Elliot Madore; Cassius: Julian Hubbard; Casca: Michael J. Scott; Decius, Dardanus e il III plebeo: Scott Wilde; Cinna, Marullus e Clitus: Christopher Lemmings; Antony: Dominic Sedgwick; Octavius: Alexander Sprague; Calpurnia: Ruxandra Donose; Lucius: Hugo Hymas; Marullus: Timothy Robinson; Flavius, Metellus, Messala, il II plebeo: Allen Boxer Sooth-Sayer; il I Plebeo: Christopher Gillett; Servo di Cesare, Tititnius, un soldato: Alessio Verna; Dardanus Scott Wilde. «Serve un esercito per mettere in scena l’omicidio che ha cambiato il mondo. Tanti personaggi e tanti caratteri, quello più complesso è Bruto. Ma il suono che accompagna tutti è il dubbio».

Come suona il dubbio?

«Questa non è un’opera di azione. Ma analitica. Amletica. Ognuno è arrovellato nel suo dubbio, un po’ come i politici di oggi. L’arcata drammaturgica si sviluppa tra il prima e il dopo l’uccisione. Si parte con un la bemolle grave, nota che ritorna con il fantasma di Cesare. Non è una nota rassicurante. E poi suoni che esplodono costantemente, ma mai definitivamente. L’immagine più chiara è quella di un anello di cellule tematiche e armoniche che non dà tregua».

E le pugnalate che musica producono?

«Il silenzio. L’orchestra si ferma. Si procede a cappella. Ai protagonisti resta soltanto la loro voce, senza il sostegno della musica. Sono abbandonati a loro stessi. Persi».

E il coro?

«È lo strumento caratterizzante di quest’opera. È la voce dei romani, dei soldati, ma anche il commento, un coro greco che da dietro le quinte insinua l’incertezza. Sto seguendo le prove e stanno facendo un lavoro straordinario».

Che effetto fa “mettere al mondo” una partitura e vederla poi interpretata da altri?

«Quando metti al mondo dei figli, ti auguri che vadano liberi per il mondo. Può essere un po’ disorientante, ma è giusto che sia così.  Quando ascolto un mio spartito per la prima volta, mi viene spontaneo nascondermi.  E' come osservare il viso di un figlio in culla: ti ritrai, perché è un incontro che toglie il fiato».

E quindi, in sala, il 20 novembre, lei dove sarà?

«A questo lavoro ci stiamo addosso da tre anni. Il libretto è stato cambiato quattro volte. Con Gatti che ha fortemente voluto dirigere l’opera, ne parliamo di continuo. Così come con Carsen e Burton. Giulio Cesare ormai non è più un neonato».

Tre anni?

«Sì. È cominciato tutto alla Fenice. Carlo Fuortes, che conosco da sempre, è venuto a sentire il mio Riccardo III a Venezia. A cena, dopo lo spettacolo, come un impresario di altri tempi, mi ha chiesto: ti va di scrivere la musica di Giulio Cesare? Una commissione, e sono sempre più rare, per un eroe intramontabile! E da quel giorno non ci siamo più fermati. La squadra, il direttore, è stato un continuo fermento».

Come sarà l’allestimento?

«Carsen arriva in questi giorni. Non vedo l’ora che cominci a montare la scena. Ma so che non darà un’interpretazione storica. Legata a un solo momento. Perché non si possono creare distanze, cristallizzare a un periodo circostanziato un fatto che appartiene all’intera umanità. Tra le varie ricerche che ho fatto, una cosa mi ha stupito incredibilmente: Giulio Cesare è il nome più diffuso al mondo».

Non le viene il desiderio di dirigere lei stesso Giulio Cesare?

«In passato qualche volta è capitato. Tendo a sposare la teoria di Henze: noi compositori abbiamo già un grande stress. Perché aggiungerne un altro?». 

© RIPRODUZIONE RISERVATA