La vita felice, il romanzo carveriano di Elena Varvello

Sabato 4 Giugno 2016 di Luca Ricci
Gli scrittori italiani sono molto sensibili alla produzione letteraria nord americana. Naturalmente ci sono precise quanto evidenti ragioni geopolitiche rispetto al fatto che qui da noi vengano spesso idolatrati alcuni autori americani- si pensi solo al recente triumvirato Roth, Wallace, Franzen-, nonché vengano importate quasi pedissequamente modalità e stili d’oltreoceano. Del resto già nel 1941 Elio Vittorini pubblicava presso Bompiani “Americana” mitica antologia che raccoglieva insieme per la prima volta Poe e London, Melville e Steinbeck. Il libro andò incontro alla prevedibile censura fascista, e la letteratura americana diventò proibita e irresistibile (per non parlare della mitizzazione dell’America da parte di autori letterari e sofisticati come Fenoglio o Pavese).
 
Lasciando da parte l’esigenza bestsellerista della semplificazione del linguaggio- per cui di tanti libri stilisticamente irrilevanti si dice che sembrano calchi dall’inglese, scritti in “traduttese”- l’influenza nord americana si fa sentire anche sui nostri scrittori più interessanti, come nel caso del nuovo libro di Elena Varvello intitolato “La vita felice” (Einaudi 18,50 €, pag. 186). Varvello ha scritto allo stesso tempo un noir di provincia e un romanzo di formazione che ricorda un poco “Io non ho paura” di Ammaniti (uno che non fa mistero della sua predilezione per lo storytelling e per i modelli americani alla Joe R. Lansdale), dove l’io narrante ripercorre una storia terribile che riguarda suo padre al tempo in cui lui era un adolescente alla scoperta della vita.
 
Raymond Carver è forse lo scrittore americano più tirato in ballo a sproposito dai nostri recensori. Per un certo periodo qualunque scrittore italiano scrivesse racconti era accostato a Carver, evidentemente solo per il fatto di non aver scritto un romanzo (celebre la definizione di “Carver italiano” appioppata a Ligabue). Nel caso de “La vita felice” però si deve correre il rischio. Varvello fa allargare la crepa della sua storia con sapienza, lentamente, una scena familiare via l’altra. Ma quello che fa davvero impressione è il suo stile carveriano, totalmente azzardato per una narrazione che si vorrebbe (e il lettore avvezzo a storie del genere si aspetterebbe) ricca di dettagli, perfino fluviale.
 
Capita subito all’inizio del romanzo che il padre dell’io narrante adeschi una ragazza per la strada e la faccia salire sul suo furgone: “La ragazza ha i capelli impolverati, le maniche della camicia arrotolate. La mano sinistra picchietta contro la portiera, come se stesse scandendo il tempo che rimane”. La costante opera di sottrazione (lessicale, sintattica) che Varvello infligge al proprio linguaggio rende le immagini incisive e spietate. Questa storia è noir nella forma- nonostante rappresenti un’eccezione- prima ancora che nelle scelte narrative, perché uno stile ridotto ai minimi termini diventa presto una lacuna, racconta per salti- omissioni- che sono altrettanti enigmi.
 
Varvello che insegna scrittura alla Scuola Holden di Torino (guarda caso intitolata al personaggio più memorabile di un altro autore americano di culto: Salinger), conosce tutti i trucchi per trasformare una storia in una bomba a orologeria, ma lo fa senza rinunciare allo stile rarefatto che i suoi lettori avevano imparato ad apprezzare fin dai tempi dei suoi racconti d’esordio (il titolo era anche una dichiarazione di poetica: “L’economia delle cose”). Non siamo davanti all’ennesimo “Carver italiano”, ma di sicuro se Carver fosse stato uno storytelling (cosa che non era, sia chiaro) avrebbe scritto un romanzo molto simile a questo. E com’è naturale, alla fine, la vita del titolo sarà tutto fuorché felice. Ultimo aggiornamento: 7 Giugno, 20:29 © RIPRODUZIONE RISERVATA