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Storia della stretta di mano, il saluto "proibito" al tempo della pandemia

Domenica 31 Maggio 2020 di Massimo Arcangeli
In greco il termine per indicarlo era dexíōsis, un derivato di dexióomai (‘dare la destra’). Se per il francese (poignée de main), lo spagnolo (apretón o estrechón de manos) o il portoghese (aperto de mão), oltreché per l’italiano, l’atto di dar la mano è l’esercizio di una pressione, di un’azione bloccante (una stretta o una presa), per l’inglese e il tedesco è una scossa, una scrollata, uno scuotimento: nel primo è handshake (to skake ‘scuotere’, ‘agitare’), nel secondo Händeschütteln (schütteln ‘agitare’) o Handschlag (schlag ‘scossa’). In una miniatura della seconda metà del sec. XII sono Enrico II d’Inghilterra e Tommaso Becket a darsi la mano, ma il modo in cui compiono il gesto non ha nulla a che spartire con una scossa o uno scossone, e neanche con una vigorosa, energica o solida presa: il re pone con augusta delicatezza la sua mano destra, in segno di ritrovata – e sia pur momentanea – pace, sul dorso della destra che l’arcivescovo cattolico gli ha gentilmente porto.

Sono tanti i modi di stringere una mano. L’effetto “pesce morto”, riuscita di una presa flaccida, ancor più se l’arto è freddo e sudaticcio, comunica l’ansia, l’insicurezza, l’irresolutezza della persona che ci saluta così. Chi porge la mano col palmo all’insù (“stretta del mendicante”) manifesta a sua volta debolezza di carattere, o è incline all’obbedienza o alla sottomissione. Trasmette lo stato d’ansia del salutatore – o il suo agire frettoloso – anche una presa a pinza: l’autore del gesto, anziché afferrare tutta la mano, ne stringe le sole dita; se ti saluto invece “a pompa”, con movimenti verticali del braccio in rapida successione, mi rivelo una persona cordiale, espansiva, estroversa. Chi sceglie la modalità avvolgente, tra le prese più empatiche, stringendoci la mano con la destra e, con la sinistra, “abbracciando” la stretta (o viceversa), intende perlopiù trasmetterci l’amichevole o affettuoso messaggio che ci dobbiamo fidare di lui, che dobbiamo dargli credito, che non possiamo dubitare della sua sincerità. Chi opta per una presa dominante, per una stretta in cui la sua mano – il dorso volto all’insù, il palmo volto all’ingiù – sovrasta la nostra, vuole attestarci la sua autorità, comunicarci il suo potere, dimostrarci la superiorità del suo status (o del suo ruolo). Un indiscusso campione di questo schema è Donald Trump, pronto nel rovesciarlo se la sua mano gli è utile a trattenere il recalcitrante malcapitato. Nel 2017 la sua destra micidiale strinse in una morsa quella del primo ministro giapponese Shinzo Abe, ospite alla Casa Bianca. Il premier nipponico provò a liberarsi senza riuscirci, subendo la presa di Trump per quasi 19 secondi, col presidente americano che gli tira più volte il braccio e un attimo prima di mollarlo, per rassicurarlo sull’approssimarsi del “fine tortura”, chiama in azione la mano sinistra per piazzargli paterno tre pacche sulla mano predata e fagocitata.

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Fra le più antiche strette di mano che ci siano pervenute, nella storia della civiltà occidentale, c’è quella fra il re assiro Šulmānu-ašarēdu (o Shalmaneser) III e il re babilonese Marduk-zâkir-šumi I, che nell’850 gli aveva chiesto aiuto per sedare una rivolta capeggiata dal fratello minore (Marduk-bēl-ušati). Il primo regnò dall’859 all’824 e il secondo dall’855 all’819. Ad accompagnarli, nel pannello frontale della pedana del trono del sovrano assiro che li vede immortalati nella presa (IX sec. a. C., Baghdad, The Iraq Museum), sono probabilmente i principi ereditari e futuri sovrani, Šamši-Adad V (824-811) e Marduk-balāssu-iqbi (819-813). L’uno fu il figlio, l’altro il fratello del predecessore.

In un frammento di un bassorilievo di età imperiale, conservato al Museo nazionale di Capodimonte, due personaggi si tengono pudicamente per mano. È il simbolico epilogo di una cerimonia nuziale in età romana: una “stretta di destra fra coniugi” (dextrarum iunctio inter coniuges), delle tante rinvenute in monumenti funebri dell’iconografia classica e cristiana, dal periodo terminale dell’età repubblicana al VII sec. d. C., ad attestazione di reciproca fedeltà. Lui indossa la toga, e impugna nella sinistra il libellus (o tabulae nuctiales), un rotolo con la trascrizione dell’atto matrimoniale. Lei, con la sinistra, trattiene invece un lembo inferiore della sua lunga veste. In altre figurazioni di analoghe scene nuziali la sposa viene rappresentata mentre scosta dal viso, sempre afferrandone un lembo, il mantello che ne copre il capo.

In un altro reperto, un sarcofago con numerose scene tratte dalla Bibbia (320 d. C. ca., Velletri, Museo Civico Archeologico), la coniunctio manuum vede protagonisti i progenitori del genere umano, in compagnia dell’albero e del serpente tentatore, in un grande sarcofago ispirato dalle varie storie del racconto biblico. Eva si copre le pudenda con la mano libera, il braccio sinistro di un tenero Adamo appoggiato sulla sua spalla. In molti altri esempi di dextrarum iunctio fra coniugi è la sposa a mettere affettuosamente il suo sulla spalla del marito. © RIPRODUZIONE RISERVATA

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