​Silvio Muccino a processo, diffamò il fratello Gabriele in televisione: ecco cosa si erano detti

Giovedì 23 Maggio 2019
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Gabriele e Silvio Muccino

È sempre «fratelli coltelli» in casa Muccino. Dopo le polemiche a distanza tra Silvio e Gabriele degli ultimi anni, veleni e accuse approdano ora in un processo. Pomo della discordia una intervista che Silvio fece nell'aprile del 2016 nel corso della trasmissione «L'Arena» durante la quale il protagonista di «Come te nessuno mai» descrisse il fratello maggiore come «una persona violenta» e raccontò particolari privati sostenendo che Elena Majoni, ex moglie del regista, era stata vittima di «violenze domestiche» da parte dell'autore dell'«Ultimo bacio».

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Per quelle affermazioni il gup di Roma, accogliendo le richieste del pm Antonio Calaresu, ha rinviato a giudizio Silvio fissando il processo al prossimo 14 gennaio davanti al tribunale monocratico. Muccino junior accusò il fratello Gabriele, che non era presente in studio durante l'intervista, di essere una «persona violenta - è detto nel capo di imputazione - per avere colpito nel 2012 con uno schiaffo la moglie Majoni perforandole il timpano».

Silvio affermò, inoltre, che l'allora moglie del regista spesso gli raccontava «che lui veniva alle mani» con lei. E ancora: «ci sono stati ripetuti episodi di violenza domestica. Un'estate poi eravamo nella casa di campagna di Gabriele, lui era nervoso e andò in camera da Elena. Quando mi avvicinai alla porta la vidi uscire con una mano sull'orecchio e le lacrime agli occhi. Non sentiva più niente: uno schiaffo le aveva perforato un timpano e ha dovuto subire una timpano-plastica per riacquisirlo in parte».

Su questo episodio, in particolare, il fratello minore del regista aggiunse di avere detto il falso ai pm: «Sono stato indotto a mentire e ho negato questo schiaffo davanti ai pm. La mia famiglia ha fatto figurare che fosse un incidente avvenuto in piscina. E alla fine io ho reso falsa testimonianza. Era una mia responsabilità e scelsi la mia famiglia anziché la verità, non me lo sono mai perdonato, avevo 24 anni e feci crac». Per i magistrati di piazzale Clodio quelle parole rientrano nel reato di diffamazione.

La decisione del giudice è stata commentata con soddisfazione dall'avvocato Carlo Longari, legale di Gabriele perché «rappresenta un primo passo verso l'accertamento della verità a fronte di quanto era stato diffuso davanti a milioni di telespettatori nei confronti del mio assistito».

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