Cheops, in orbita il telescopio italiano per trovare pianeti gemelli della Terra Come funziona

Giovedì 19 Dicembre 2019 di Paolo Ricci Bitti

In fatto di difficoltà, tra calcolare il peso dell'anima e individuare un pianeta simile, se non proprio gemello, della Terra, la spunta solo di un soffio la seconda circostanza, appena un po' più semplice. E' quella alla base della missione Cheops, decollata ieri mattina dallo spazioporto di Kourou, in mezzo alla giungla amazzonica della Guyana francese.

Con l'aiuto dell'avveniristico nonché italiano telescopio sul satellite Cheops (CHaracterising ExOPlanets Satellite), in orbita a 700 chilometri di altezza grazie a un razzo Soyuz allestito dall'Agenzia spaziale europea, si punterà a scremare l'elenco crescente già di oltre 7mila possibili esopianeti, o pianeti alieni o extrasolari, che appena dal 1995 stanno puntellando una delle domande che magari non ci facciamo spesso, ma che innervano la nostra esistenza: «Siamo soli nell'Universo?».

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GLI ALTRI
Quesito seguito da un altro che piaceva molto a Enrico Fermi, premio Nobel per la Fisica nel 1938: «Ma se non siamo soli, allora dove sono tutti gli altri?».

Ecco, se va bene, questi nostri cugini alieni sono a 50 milioni di anni luce, ovvero a novemila e cinquecento miliardi di chilometri moltiplicati per 50, ovvero 65mila volte la distanza tra Terra e Sole, come nel caso dell'esopianeta capostipite 51 Pegasi b, rovente ammasso scoperto appunto nel 1995 da Michel Mayor e Didier Queloz, appena insigniti del premio Nobel per l'Astrofisica per le loro ricerche sui pianeti alieni, la maggior parte dei quali si trova ancora più lontano, a centinaia o migliaia di anni luce dalla Terra. Insomma - per chiudere il primo cerchio di questa avventura - fuori dalla portata dell'uomo ancora per qualche millennio.

Ma allora perché arrabattarsi per cercarli e per studiarli, questi pianeti extrasolari, battezzati per di più con nomi come Giove Caldo, Terrestre, SuperTerra, MiniNettuno, quasi a tentare di renderli più vicini e più umanizzabili? Perché citarli quando si parla di trovare un'alternativa per il genere umano che, prima o poi, potrebbe rendere invivibile la Terra?
«Il fatto che per adesso non possiamo nemmeno concepire come raggiungerli non rende meno affascinante le ricerche su di essi, perché la sola circostanza di averne scoperto l'esistenza è già un passo avanti enorme nella conoscenza del cosmo», dice Elisabetta Tommasi, dell'Unita osservazione dell'universo dell'agenzia spaziale italiana.

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Affascinanti, ma davvero impalpabili: si fa presto a dire esopianeta, ma in realtà a definirlo tale è, per ora, soprattutto la variazione di luminosità della stella madre che verrà appunto scrutata, con innovativa precisione, da Cheops (fotometria da transito). In altre parole, durante le loro orbite, questi pianeti alieni fanno ombra alla loro stella ed è valutando queste appena percettibili fluttuazioni luminose (20 parti per un milione!) che si possono trarre considerazioni su consistenza e composizione, anche dell'atmosfera, degli esopianeti.
Una lievissima ombra motiva allora tutte queste ricerche, congetture, speculazioni, premi Nobel: serve tanta fede, nella scienza o in qualcos'altro.

«Ma no - continua Elisabetta Tommasi - siamo in pieno nell'essenza della ricerca scientifica, un passo alla volta. A Cheops seguirà, fra circa sei anni, anche la missione Ariel che con gli spettrografi permetterà di definire meglio la composizione dell'atmosfera degli esopianeti anche per capire se possono ospitare forme di vita: magari non li possiamo raggiungere, ma potremmo inviare, o ricevere, messaggi».
Cheops, ennesima dimostrazione dell'eccellenza del settore aerospaziale italiano, permetterà di misurare le dimensioni dei pianeti alieni dei quali è nota la massa per determinarne densità e struttura interna e capire anche se siano mondi rocciosi, gassosi o ammassi di ghiaccio.

«Il cuore è l'ottica del telescopio - spiega Enrico Suetta, di Leonardo, a cui l'Esa e la Svizzera hanno commissionato lo strumento messo a punto a Campi Bisenzio, in un contesto all'avanguardia in questo campo fin da Galileo - lo specchio principale, che ha un diametro di 30 centimetri, viene ricavato da uno spesso disco di disco di ceramica, lavorato anche dall'azienda Gianni Andalò di Imola, che nel retro assume una forma a nido d'ape per resistere alle fortissime sollecitazioni del lancio in orbita durante il quale il razzo Soyuz raggiunge la velocità di 28.800 kmh. Per raggiungere risultati migliori a questo telescopio viene persino chiesto di sfuocare le immagini perché a noi interessano le variazioni di luminosità delle stelle: i dati, tantissimi, saranno raccolti e trattati anche con l'aiuto dell'intelligenza artificiale».

INTELLIGENZA ARTIFICIALE
Quando dice noi Enrico Suetta intende gli scienziati delle sezioni di Padova e Catania dell'Istituto Nazionale di Astrofisica (Inaf), dell'università di Padova e dell'Agenzia spaziale italiana che hanno ideato la missione. Coinvolti anche l'università di Berna e i ricercatori di dieci nazioni europee, perché lo spazio si esplora solo se si fa squadra, come vale anche per il gruppo di imprese dietro Cheops: Leonardo, Thales Alenia Space, MediaLario e Airbus.
 

 
 

Ultimo aggiornamento: 18:55 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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