Paxlovid e pillola Merck: come funzionano e le differenze tra le due cure anti-Covid, i fattori e l'efficacia

Casi diversi a seconda dei pazienti e della malattia

Plaxlovid e pillola Merck: le differenza tra le due cure anti-Covid, i diversi fattori e l'efficacia
di Graziella Melina
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Venerdì 4 Febbraio 2022, 12:43 - Ultimo aggiornamento: 6 Febbraio, 09:32

Poter disporre di un farmaco anti-Covid in più per gli infettivologi non può che essere una buona notizia. L’arrivo del Paxlovid prodotto dalla Pfizer, che si va ad aggiungere all’altro medicinale già in uso, ossia il molnupiravir della Merck, rappresenta infatti un’ulteriore opportunità per riuscire a curare l’infezione causata dal sars cov 2. I due farmaci, infatti, saranno prescritti dagli specialisti in ospedale e poi si potranno assumere a domicilio.

Plaxlovid e pillola Merck, le differenza

 

Le differenze tra i due trattamenti riguardano innanzitutto la composizione. «Il molnupiravir è una molecola sola, il paxlovid è un’associazione di due farmaci - spiega Filippo Drago, ordinario di farmacologia dell’Università di Catania e componente della task force sul Covid della società italiana di Farmacologia - L’azienda ha scelto due molecole antivirali, dotate di efficacia specifica che potenziano l’effetto. Questa sinergia spiega il fatto che il paxlovid, stando agli studi disponibili, è più efficace del molnupiravir nei confronti della variante omicron, ma anche della delta, copre quindi una fascia di infezione da coronavirus molto più ampia».

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Ma i dati sulla maggiore efficacia del nuovo farmaco anticovid, preliminari e parziali, andranno poi verificati sul campo. Nel frattempo, sia il molnupiravir sia il paxlovid saranno utilizzati in base al singolo caso da trattare. «Dall’analisi preliminare aziendale - precisa Claudio Mastroianni, direttore di Malattie infettive del Policlinico Umberto I di Roma e presidente della Simit (Società italiana di malattie infettive e tropicali) - il paxlovid è un farmaco che ha dimostrato una buona efficacia. Credo che avere a disposizione due trattamenti, ciascuno con caratteristiche un po’ diverse, faccia la differenza». Sarà infatti possibile adattare la cura in base alla storia clinica del singolo paziente. «Sappiamo che uno dei due medicinali anticovid ha particolari interazioni farmacologiche - spiega Mastroianni - l’altro ha controindicazioni diverse. Prima di selezionare il farmaco da somministrare, bisognerà vedere la tollerabilità a livello del singolo paziente. È chiaro che in una donna fertile, che non prende contraccettivo, non posso dargli il molnupiravir. Il paxlovid, d’altro canto, ha interazioni farmacologiche con farmaci cardiologici, anticoagulanti, e quindi deve essere monitorato. Se un paziente, insomma, sta prendendo farmaci particolari che interagiscono con uno dei due prodotti anticovid dobbiamo scegliere quello più adatto».

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La maggiore efficacia dipenderà in sostanza da più fattori. «Innanzitutto, bisogna vedere i dati su cui sono stati fatti gli studi - rimarca il presidente della Simit - Ma sono convinto che l’efficacia sia legata alla tempistica di somministrazione. Se i due farmaci vengono dati molto precocemente, per esempio entro i 3 giorni, alla fine non credo che ci siano grosse differenze. Non dobbiamo poi sottovalutare il fatto che gli studi sono stati condotti su pazienti non vaccinati. Adesso, invece, abbiamo di fronte un altro tipo di popolazione, che per la stragrande maggioranza è protetta dal vaccino. Quale dei due farmaci sia più efficace lo vedremo sul campo». Se il paxlovid sarà utile per evitare di finire in ospedale, molto dipenderà però dalla situazione organizzativa delle singole regioni. Non sempre, infatti, la rete di assistenza territoriale è in grado di intercettare i pazienti da trattare e di segnalarli al centro di riferimento. «Il problema vero riguarda la modalità con cui il farmaco verrà dispensato - mette in guardia Drago - Purtroppo, il limite di questi trattamenti è come sempre legato alla disponibilità per i pazienti».

 

Si ripropongono, insomma, forse in modo ancora più marcato, le difficoltà che hanno impedito ai monoclonali di essere prescritti a un maggior numero di persone. «Non c’è dubbio che gli anticorpi vanno somministrati in un setting ospedaliero - ribadisce il farmacologo - Questi invece sono farmaci che vengono utilizzati per via orale. È quindi chiaro che il passaggio attraverso l’ospedale si può teoricamente evitare, per non aggravare gli ambulatori di ulteriori attività, visto che molto spesso sono già saturi». Per rendere più agevole la distribuzione, un’alternativa, in realtà, sarebbe già alla portata di tutti. «Non dimentichiamo - sottolinea Drago - che i farmaci orali, anche se con un profilo di sicurezza particolare, sono prescritti dai medici di medicina generale. Quindi, non si capisce perché gli anticovid debbano essere utilizzati solo dietro prescrizione dello specialista in ospedale. È una limitazione che ad oggi ha fatto sì che il molnupiravir sia stato utilizzato pochissimo. Per fare un esempio, in tutto il mio hub, che comprende la Sicilia orientale, ne abbiamo dispensati poche unità. È una situazione sicuramente che non favorisce la qualità dell’assistenza. Noi dobbiamo prescriverlo nel modo migliore e nei tempi più brevi, e questo - mette in guardia Drago - si può fare solo dando la responsabilità della prescrizione ai medici di medicina generale o almeno ai medici dell’usca, le unità speciali di continuità assistenziale».

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