Covid, anticorpi monoclonali, arrivate 150 mila dosi: «Guariscono 3 malati su 4»

Covid, anticorpi monoclonali, arrivate 150 mila dosi: «Guariscono 3 malati su 4»
di Cristiana Mangani e Graziella Melina
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Mercoledì 17 Marzo 2021, 22:50 - Ultimo aggiornamento: 22:54

Sono arrivati ieri in buona parte d’Italia gli anticorpi monoclonali, le dosi di quel farmaco che ha rimesso in piedi in due giorni l’ex presidente Donald Trump e sul quale è partita ufficialmente la sperimentazione negli ospedali del nostro paese. L’approvvigionamento è uno dei primi atti ufficiali del commissario straordinario, generale Francesco Paolo Figliuolo, e rappresenta un importante punto di svolta nella terapia contro il virus Covid, sebbene non tutti siano d’accordo sull’efficacia. Sono circa 150 mila le dosi acquistate per un valore che si aggira intorno ai 100 milioni di euro. Per poterne usufruire sarà necessario avere dei precisi requisiti: essere pazienti ad alto rischio, ultrasessantenni che abbiano sviluppato il Coronavirus da pochi giorni. 

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L’AIFA
A dare il via al rifornimento delle dosi (circa 2000 euro l’una) è stato il sì dell’Aifa, arrivato poco più di un mese fa. La Commissione tecnico scientifica dell’Agenzia del farmaco ha approvato l’utilizzo di due monoclonali il Bamlanivimab di Eli Lilly che costa sui mille euro e il Regeneron di Roche, che ne costa circa tremila, salito alle cronache perché usato sull’ex presidente Usa. L’infusione è una sola, senza richiami, a differenza dei vaccini. In contemporanea il ministro della Salute Roberto Speranza, scegliendo la strada della procedura d’urgenza, ha firmato il decreto che ha dato il via alla distribuzione, superando così i ritardi dell’agenzia europea Ema, che non si è ancora espressa su questi medicinali. Al dicastero della Salute hanno scelto di sfruttare l’opportunità concessa dalla legge 648 del 1996, che permette di far entrare nel nostro sistema sanitario farmaci ancora in corso di sperimentazione se non c’è una terapia alternativa valida contro una determinata patologia. E così è avvenuto, anche perché il fondo speciale per l’acquisto era già stato stanziato: 400 milioni, recuperati da un fondo individuato nella legge di bilancio per l’acquisto di vaccini e di farmaci anti Covid. Saranno 1700 i pazienti curati in tutto il mondo nella fase iniziale e si prevede che le monoclonali riusciranno a coprire tutte le varianti del virus note.

 
GLI OSPEDALI
Nella guerra contro l’epidemia il generale Figliuolo non vuole lasciare nulla di intentato, ed è per questo che, dopo l’approvvigionamento, le dosi stanno già raggiungendo la maggior parte degli ospedali italiani: Marche, Campania, Lombardia, Lazio.


L’utilizzo degli anticorpi monoclonali potrebbe rivelarsi provvidenziale per molti pazienti. In Italia, gli studi clinici non sono ancora terminati, ma c’è chi è già riuscito a testarne i benefici. Come Claudia Disi, 54 anni, la prima italiana curata e guarita dal Covid grazie a un cocktail di anticorpi prodotti dalla Regeneron che le sono stati somministrati allo Spallanzani e fatti arrivare dagli Stati Uniti. Gli esperti hanno infatti chiesto una fornitura per uso compassionevole, vista la gravità del quadro clinico della paziente. «Non ho avuto alcun effetto collaterale - ha raccontato Disi - ma ho cominciato da subito ad avere più forza. Già all’indomani mi sentivo bene».


I BENEFICI
L’efficacia degli anticorpi, se somministrata nelle fasi iniziali della malattia, secondo gli studi è molto alta: tre malati su 4 potrebbero averne ottimo beneficio. Gli ultimi in ordine di tempo a fornire i risultati sono stati i ricercatori di Vir Biotechnology e della britannica Gsk: la riduzione dei ricoveri e dei decessi in pazienti ad alto rischio si attesta intorno all’85 per cento. L’efficacia di altri anticorpi, come quelli di Eli Lilly, si stima invece intorno al 70 per cento. Intanto, 30 volontari sani sono coinvolti nella sperimentazione clinica di fase 1 degli anticorpi messi a punto dalla Fondazione Toscana Life Sciences.


L’anticorpo umano individuato dal team di ricerca guidato da Rino Rappuoli e prodotto negli stabilimenti di Menarini, secondo i dati resi noti dalla Fondazione «ha dimostrato finora una potenza di neutralizzazione tale per cui è sufficiente un dosaggio più basso rispetto ad altri trattamenti analoghi e potrà così essere somministrato attraverso una iniezione intramuscolare». Si tratta di una modalità che «potrebbe dimostrarsi meno invasiva per il paziente, più agevole per il medico e con un impatto ridotto su strutture ospedaliere e servizio sanitario nazionale». Inoltre, è in grado «di neutralizzare anche la variante inglese e i virus che contengono le mutazioni chiave delle varianti sudafricana e brasiliana». Se alla fine della sperimentazione i risultati saranno positivi, nella fase successiva saranno coinvolti centinaia di pazienti affetti da Covid per testare, attraverso la somministrazione di quantità diverse, l’efficacia e la potenza del farmaco sulla base del dosaggio. 
 

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