Storie di campioni, i 90 anni di Aroldo Ruschioni a Ostia e le paralimpiadi: «Mai arrendersi»

Aroldo Ruschioni a Ostia, dove vive
di Gabriele Santoro
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Giovedì 13 Gennaio 2022, 06:00 - Ultimo aggiornamento: 17 Gennaio, 14:46

Davanti agli ostacoli non mi sono mai arreso.

Dopo l’incidente, che mi ha cambiato, ho mitigato la paura con il coraggio senza mai stancarmi di vivere, neanche quando dopo cinquant’anni di amore ho perso mia moglie Ottavia». Sulla soglia dei novant’anni, la disposizione nei confronti della vita di Aroldo Ruschioni è straordinaria. È fra gli ultimi atleti testimoni diretti delle prime Paralimpiadi moderne di Roma 1960. Questa è la storia di un campione, un pioniere dello sport paralimpico che racconta una rivoluzione culturale, sociale e sanitaria. Oggi grazie a quelli come Aroldo, Bebe Vio è una stella e la disabilità non più uno stigma. Aroldo non smette di amare la vita come il mare, da dove avvolge le proprie memorie: «Nel 1957 sono arrivato a Ostia e sono stato uno dei primi pazienti ad accedere al Centro Paraplegici Villa Marina, animato dal neurologo primario Antonio Maglio che ci ha spinto immediatamente a muoverci dai letti e illuminato la strada della pratica sportiva non soltanto per la riabilitazione». Lo sport gli ha donato un’altra, inattesa e meravigliosa esistenza. Gli occhi di Aroldo diventano lucidi, ricordando il giorno dell’incidente sul lavoro che nel 1956 gli provocò la lesione del midollo spinale: «Non avevo piena coscienza dell’accaduto, fino a quando un dottore del centro specializzato del Rizzoli di Bologna mi mostrò una carrozzina e disse: questa diventerà una parte di te».

LE MEDAGLIE

Poco più che ventenne, originario di Macerata, Aroldo lavorava ed era tuttofare nell’officina elettromeccanica di famiglia, dove cadde in un pozzo. Il padre, un tornitore, si era messo in proprio dopo la fatica degli anni trascorsi nei cantieri navali di Ancona. «All’epoca la disabilità veniva nascosta, confinata nelle stanze degli ospedali e dentro casa. Ho vissuto con la determinazione e lo spirito positivo necessario ad abbattere il muro d’indifferenza ed esclusione che percepivamo nella società. Siamo usciti alla luce del sole, sfrecciando con le carrozzine nel campo di pallacanestro, e da atleti a Ostia abbiamo trasformato il dolore in una vita avventurosa densa di passioni». Aroldo descrive il rapporto speciale che ha costruito con il mare, dove nuotando ha cominciato a riascoltare le nuove sensazioni e potenzialità del corpo. Ama il volo e gli aerei che da atleta l’hanno portato dall’Asia al Sudamerica. Dopo il primo approccio internazionale ai giochi di Stoke Mandeville, piccolo villaggio inglese, creati dal medico luminare Ludwig Guttmann soprattutto per i feriti reduci di guerra, che rappresentano la genesi del movimento paralimpico, Aroldo ha viaggiato per il mondo, conquistato numerose medaglie e indicato insieme ai suoi compagni la via agli azzurri che oggi sono una delle migliori espressioni dell’Italia nel mondo. Tra gli incontri eccezionali, che rievoca, spiccano quelli con la Regina Elisabetta e l’imperatore giapponese Hirohito che visitò personalmente tutte le delegazione giunte a Tokyo per i giochi paralimpici del 1964. «Le paralimpiadi di Roma hanno segnato lo spartiacque. La competizione sana ha stimolato la reattività e il senso di essere una parte viva della società». Aroldo si emoziona al pensiero del primo podio. Nei giochi romani vinse la medaglia d’oro nel ping pong, un argento nelle gare di scherma e un bronzo nel nuoto. Aroldo ha continuato l’attività sportiva fino agli anni Ottanta, ma non è il solo segreto della sua longevità e dello splendido stato di forma: «Ho imparato che il corpo non dimentica nulla, perciò la costanza nell’allenamento e l’impegno agonistico hanno ricoperto un ruolo importante». Ma evidenzia altri aspetti fondamentali: «L’alimentazione, le letture, le amicizie e le lunghe passeggiate». Guida la macchina e nelle giornate soleggiate lo si incontra sempre sul lungomare. Pur osservando tutte le precauzioni, non l’hanno incupito neanche il peso della pandemia e i rischi relativi. Talvolta il ricordare conduce a una storia, che la rende per sempre. Le storie servono a unire il passato e il futuro come accade con Aroldo che nel 2006 è stato tedoforo alle Olimpiadi invernali di Torino: «La mia generazione ha pensato al progresso di quelle future. Attraverso lo sport abbiamo contribuito allo sviluppo di mezzi tecnici che oggi migliorano la quotidianità di chi vive con la carrozzina. Lasciamo in eredità la conquista di spazi di libertà per superare qualunque barriera».

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