Covid, il genetista: «Anticorpi sintetici per Trump, speranza per tutti: quella cura al presidente è una svolta»

Covid, il genetista: «Anticorpi sintetici per Trump, speranza per tutti: quella cura al presidente è una svolta»
di Mauro Evangelisti
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Lunedì 5 Ottobre 2020, 07:43

«Gli anticorpi monoclonali sono una speranza per tutti, il fatto che il farmaco sia stato somministrato a Trump dimostra quanto, negli Stati Uniti, siano convinti della bontà dei risultati della sperimentazione del prodotto elaborato da Regeneron. Ma anche noi in Italia siamo molto avanti con la ricerca».
Il genetista dell'Università di Roma Tor Vergata, il professor Giuseppe Novelli, è fra gli autori - in collaborazione con l'Università di Toronto - di uno studio sugli anticorpi monoclonali sintetici. Per sostenere questo progetto, di recente, ha siglato un protocollo d'intesa con la Regione Lazio che finanzia, con 2 milioni di euro, la ricerca. Ma negli Stati Uniti c'è stato il colpo di scena: il cocktail di due anticorpi monoclonali prodotto da Regeneron è stato somministrato a Trump, anche se la sperimentazione e le procedure di validazione non sono concluse.

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Come è possibile?
«Negli Usa esiste la possibilità di utilizzare terapie sperimentali, un po' come da noi si consente un farmaco per uso compassionevole. Se la Fda (la Food and drug administration) ha dato l'autorizzazione, significa che i dati della sperimentazione resi disponibili sono molti convincenti. Ha interessato 2.000 pazienti, su due bracci: sui sintomatici che non avevano ancora sviluppato gli anticorpi la risposta è stata molto, molto buona. Lo è stata meno sugli altri, ma è normale perché vi può essere una sorta di competizione tra anticorpi naturali e quelli sintetici. Ovviamente il protocollo, per Trump, prevede anche Remdesivir e vitamina D, gli unici due strumenti su cui c'è evidenza clinica di buona efficacia».
Qual è il tipo di azione degli anticorpi monoclonali sintetici?

«Per capirci: il Remdesivir agisce contro la replica del virus, i monoclonali impediscono che il virus entri. E' semplice: i monoclonali sono farmaci intelligenti, efficienti e potenti disegnati dall'uomo. Riconoscono un target, un obiettivo, una parte a cui si attaccano. Il virus usa una chiave per entrare e questi anticorpi si attaccano a un pezzo di quella chiave, che si chiama Rbd. Se tu blocchi quella chiave, non entra più nella serratura. Il principio è questo. Perciò è importante utilizzare il farmaco in una fase iniziale. O anche di profilassi, perché ti protegge. Non a lungo, ma comunque per un mese o un mese e mezzo. Immagini l'utilità in una Rsa o una nave da crociera».
Riproducono in modo artificiale gli anticorpi dell'uomo?
«Certamente. Solo che in questo caso sai quali sono, quanti ne somministri, dove vai a colpire. Quelli prodotti in modo naturale dall'uomo non sempre riescono a colpire con la stessa efficacia».
Quando potrebbe esserci la validazione di questo farmaco?
«A brevissimo termine, è possibile anche entro la fine dell'anno. Se l'hanno iniettato a Trump, un po' di dosi le hanno già disponibili. Il cocktail di due anticorpi monoclonali di Regeneron è il progetto in una fase più avanzata, ma è già a uno stadio significativo, sempre negli Stati Uniti, quello di un'altra multinazionale, Lilly».
Al Policlinico Tor Vergata avete anche voi un progetto molto importante. A che punto siete?
«Premetto: in Italia vi sono almeno tre gruppi di ricerca che hanno identificato tre molecole di anticorpi molto promettenti. Sono efficienti e neutralizzanti. Per quanto riguarda Tor Vergata, noi lavoriamo in collaborazione con l'Università di Toronto. Alcuni anticorpi monoclonali usano i globuli bianchi dei pazienti. Noi, invece, puntiamo su quelli sintetici, attingendo a una sorta di libreria che esiste a Toronto. Una delle più ricche librerie di anticorpi monoclonali al mondo. Al computer identifichi il target che vuoi colpire e con quello vai a cercare l'anticorpo. Siamo un team di italiani, canadesi e statunitensi. Abbiamo isolato l'anticorpo e lo abbiamo testato in vitro sia allo Spallanzani sia a St. Louis. Ora ci manca la produzione. Quando avremo il prodotto infialato, inizieremo la sperimentazione. Per questo è molto importante l'investimento della Regione Lazio, possiamo avviare un piccolo lotto di produzione per la sperimentazione allo Spallanzani».
 

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