La guerra dei cerchi gialli e l'ignavia sulle voragini

di Paolo Graldi
È scoppiata la guerra dei cerchi gialli. Una guerra santa. La combattono volonterosi cittadini, indignati per l'ignavia di una amministrazione comunale accusata di lasciare il degrado sulle strade, buche e rami sporgenti, progredire fino a rappresentare un micidiale pericolo, specie per i motociclisti. La morte di due ragazze, tradite da quelle trappole assassine, Elena e Noemi ha acceso la miccia della rivolta. E poco consolano i rilievi della stradale (come ieri nel caso di Noemi) che prospettano un incidente per fatalità o distrazione. Con le bombolette che spruzzano liquido giallo, sperabilmente indelebile, si segnala la trappola in agguato.

Un tempo il cerchio di gesso tracciava il perimetro del cadavere freddato: mafia o malavita. Oggi le vittime indossano casco e giubbotto, i proiettili sono le nicchie dell'incuria che monta al pari della rabbia. Una madre, Graziella Viviano, ha scritto alla figlia Elena (25 anni, 6 maggio, via Ostiense) che non c'è più. «Siamo condannati a muoverci su queste strade e dobbiamo auto-difenderci: con tre euro di bomboletta spray mia figlia sarebbe ancora viva», nota mamma Graziella lanciando l'appello alle coscienze di noi tutti, liquidando e senza disprezzo la genialata di Beppe Grillo, ripreso in un filmino dove dichiara, da Elevato M5S, che a Roma buche non ce ne sono. Elena, da lassù, deve fare il miracolo: «Amore, noi non dobbiamo permettere che muoiano altre persone, aiutami tu. Se solo i nostri amministratori volessero ascoltare». Chissà se quel testo è mai arrivato sul tavolo della sindaca. I cerchi gialli, intanto, urlano per le strade della Capitale.
 
Giovedì 5 Luglio 2018 - Ultimo aggiornamento: 08:37

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