ROMA

Gli usurai romani alleati delle 'ndrine calabresi: arrestati Umberto Romagnoli e la figlia

Giovedì 27 Febbraio 2020
Un sospetto portato via dalla polizia e dalla guardia di finanaza
Gestiva un giro d’usura milionario tra Torre Maura, Giardinetti, Centocelle e Tor Vergata. Minacce a mano armata, botte, interessi da capogiro e “multe” sulle rate non pagate. Il suo nome faceva tremare, «non se scherza è Romagnoli», diceva una delle vittime parlando con il marito, intercettata dal Gico della Finanza. Ma quel cognome, «Romagnoli», terrorizzava ancora di più per via dei legami stretti con la potente ‘ndrina dei Gallace, i transfughi della faida di Guardavalle, impiantati tra Anzio e Nettuno già dagli anni ‘70. Francesca, figlia del 73enne Umberto, ora ai domiciliari, è la compagna di Bruno Gallace, primogenito del più noto - e defunto - Giuseppe Antonio, pregiudicato per associazione mafiosa e traffico internazionale di droga, e fratello di Vincenzo, esponente di vertice della cosca.
Un pentito, a colloquio con gli investigatori della Squadra Mobile, racconta che «i Romagnoli si facevano forti della loro appartenenza alla ‘ndrangheta» e che «spesso per minacciare qualcuno facevano pesare i Gallace». E forse in queste relazioni criminali è nascosta anche la chiave per fare luce sulla morte di Diabolik. C’è infatti una strana coincidenza sotto la lente degli investigatori. Alessandro Romagnoli, figlio di Umberto, infatti, era stato arrestato il primo agosto nell’ambito dell’operazione “Aquila nera”, sei giorni prima dell’omicidio di Fabrizio Piscitelli. Era accusato dell’importazione di tonnellate di cocaina dall’Olanda insieme con un manipolo di corrieri albanesi. Proprio sulla scia di quelle indagini, a gennaio, scoccarono le ordinanze di custodia cautelare per Fabrizio Fabietti e alcuni “irriducibili” della Lazio; una era indirizzata anche al Diablo, ma il proiettile 7,65 sparato alla nuca aveva fatto prima. Già nel 2016 Fabietti era finito in galera per un giro di droga, «in stretta simbiosi coi Romagnoli», annotavano allora gli inquirenti. Secondo il pentito, usurato e assoldato dal clan a costo zero per ripianare un debito balzato a 250mila euro, «i Romagnoli gestivano le piazze di spaccio a Torre Angela, rifornendo anche quelle di San Basilio e Tor Bella Monaca». Riferiva del «profondo rispetto e devozione» riservata a Bruno Gallace, raccontando anche dei «regali» (somme di denaro) che i Romagnoli inviavano «in Calabria per sovvenzionare alcuni latitanti e le famiglie dei detenuti». Non solo, secondo il collaboratore i Romagnoli si rifornivano di ingenti quantitativi di stupefacenti tramite i Gallace: «Dicevano che “tutto passa per la Calabria”». Anche il mistero dell’uccisione del capoultrà della Curva Nord? Anche su questo indaga la Procura. Intanto padre e figlia, arrestati ieri nell’operazione “Recupero” di Gico e Squadra Mobile, avvalendosi del tuttofare Peppe Profenna, «una macchina da guerra», taglieggiavano piccoli imprenditori, commercianti e semplici impiegati. A un tipografo di piazza Bologna, alto due metri, che aveva un debito di 80mila euro ed era costretto a versare 8mila euro al mese, Umberto diceva: «Io te pio a bastonate... quelli grossi me piaciono perché fate er botto quando cascate... i soldi che c’ho me li so fatti con l’anni de galera». E ancora: «Io ti rompo... domani ti rimeno». I prestiti avvenivano a “capitale fermo”. Si pagavano rate mensili ma il debito si estingueva solo tutto insieme. Se si tardava, si aggiungevano le “multe”. Per i piccoli prestiti, le «società», Umberto chiedeva il 40% al mese.
Ogni martedì, Umberto riceveva i “clienti” nella sua officina di via Pietro Whurer. Se poi i soldi non bastavano, gli usurai si prendevano pure auto, case e negozi. Una vittima per convincere Umberto che stava prendendo i soldi da portargli si fa un selfie in banca. A una donna, terrorizzata, il boss urla: «Mi devi dare i soldi... c’ho pure il ferro addosso ora vado da tuo marito e l’ammazzo». Il “ferro” ce l’aveva perché il pentito vide una pistola sotto la sella del suo motorino, quando Umberto in lite con il figlio Tiziano, era intenzionato ad andare al mare (la casa di Lavinio) per ucciderlo. Tra i taglieggiati c’era anche la segretaria di uno studio medico, inizialmente avvicinata da Katya Cugini, defunta moglie di Umberto. «Mio marito ha perso il lavoro, guadagno 700 euro al mese e ho tre figli, per questo mi ero rivolta a Umberto».
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