Diabolik, il killer in Italia da irregolare: Calderon era pronto alla fuga

Il cartello del narcotraffico dietro la morte del capo ultrà, ormai padrone delle piazze

Diabolik, il killer in Italia da irregolare: Calderon era pronto alla fuga
di Valentina Errante
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Domenica 19 Dicembre 2021, 00:22 - Ultimo aggiornamento: 10:37

Francisco. Così era conosciuto Raul Esteban Calderon, l’argentino che, per la procura di Roma, ha premuto il grilletto ed eliminato, in un pomeriggio di agosto di due anni fa, Fabrizio Piscitelli. Quando il procuratore Michele Prestipino e l’aggiunto Ilaria Calò hanno avuto in mano l’ultima prova, non ci sono stati dubbi. 
Non si poteva procedere con una richiesta di arresto, quell’uomo, senza neppure una casa, poteva sparire. Come era sparito tante altre volte, lasciando dietro di sé solo le tracce dei suoi ingressi in carcere: furto d’auto o rapina. Ma questa volta aveva fatto il salto di qualità. Raramente dormiva nello stesso posto, nessuna regolarità o abitudine. Neppure la richiesta del permesso di soggiorno, sebbene fosse in Italia almeno dalla fine degli anni Novanta. 

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POSSIBILE FUGA
Il timore che lasciasse il Paese ha accelerato i tempi. L’ultima prova, arrivata un mese fa, era la comparazione antropometrica tra le movenze del killer del parco degli Acquedotti, e il “sospettato”. Ed è stata una conferma. Ma il rischio quando il cerchio si è chiuso era che quell’uomo sparisse. Ed è sul pericolo di fuga che si è basato il provvedimento di fermo per Calderon. Un’ipotesi concreta, riconosciuta dal gip che ha convalidato il fermo ed emesso una nuova misura cautelare. Perché l’argentino era quasi invisibile e sarebbe potuto sparire, diventare presto irreperibile. Soprattutto se si fosse accorto di essere seguito. Gli uomini della Mobile, del resto, lo tenevano d’occhio da tempo, ma un’ordinanza di custodia cautelare avrebbe dilatato l’arresto. E quell’uomo poteva accorgersi di essere sotto osservazione.

 

IL CARTELLO
L’inchiesta non è chiusa, adesso si cercano i mandanti: chi abbia deciso che il tempo del signore della droga, diventato così potente da non rispettare più le regole, fosse finito, non è ancora stato stabilito. La morte di Diabolik, però, non si consuma in uno schema semplice. A decidere che Piscitelli dovesse morire, probabilmente, non è stato un solo uomo, ma il cartello delle organizzazioni del narcotraffico, che si spartiscono le piazze di spaccio della Capitale e del litorale e per il quale Diablo, che da gregario si era autoproclamato padrone, era diventato troppo ingombrante. 

Da tempo Piscitelli aveva smesso di comportarsi da gregario. Sotto la protezione di Michele Senese aveva imparato a muoversi e a gestire in autonomia il suo business. Mentre le inchieste giudiziarie indebolivano clan storici come i Fasciani, gli Spada e i Casamonica, lui aveva iniziato a correre da solo. Fuori dalla curva degli ultrà biancocelesti, dove era cresciuto e diventato “Diabolik”. Una parabola ascendente e inarrestabile, che lo aveva portato non soltanto a guadagnare piena autonomia, mentre la sua squadra di picchiatori recuperava i crediti dei fiumi di droga, ma anche di sentirsi un boss. Piscitelli, credeva ormai di essere il capo come un tempo era stato Senese, il vero boss. Al suo fianco restavano solo i fedelissimi, come Fabrizio Fabietti, l’alter ego di Piscitelli, che pure ha rischiato di essere ucciso in un regolamento di conti e di equilibri violati. 
Il vertice con Salvatore Casamonica, in un ristorante di Grottaferrata, al quale avrebbero preso parte anche i legali di Roberto Spada, nel 2017, racconta un Piscitelli leader. Vuole la pax nel mercato della droga e delle estorsioni a Ostia. Dopo un anno di fuoco, come è stato il 2016, durante il quale il clan di Marco Esposito (Barboncino) tenta di prendere il posto degli Spada, sostiene di essere capace di interrompere la scia di sangue e gambizzazioni. Si fa garante tra i gruppi criminali. Come soltanto i veri boss possono fare. 

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IL TRANELLO
Intanto Piscitelli ha “tradito” ha assoldato gli albanesi e lavora con loro. Si prende gli uomini degli altri gruppi criminali, concede crediti milionari per lo spaccio alle altre organizzazioni. In questo modo pensa di essere il padrone, quasi di potere diventare un nuovo Michele Senese. In mezzo c’è la gambizzazione di Leandro Bennato, eseguita dall’albanese Shehaj Selavdi (che sarà ucciso nel settembre 2020 proprio da Calderon, secondo i pm) e forse da un complice che torna in Albania e lì trova la morte. Dopo poco più di due anni da quel pranzo a Grottaferrata, Diabolik è un uomo morto. Attirato con l’inganno da un “amico” (un altro trafficante secondo la moglie), nel parco degli Acquedotti. Non sospetta nulla, si sente invincibile. Invece la sentenza è già stata emessa. Il killer passa e gli spara. Un’azione studiata, messa a punto nei dettagli. Piscitelli è solo, neppure il suo guardaspalle si accorge di nulla. 

LE INTERCETTAZIONI
Sono state le intercettazioni a portare la procura sulle tracce di Calderon, avrebbe ucciso per soldi. Poi sono arrivate le testimonianze. Gli inquirenti hanno ricostruito il complesso mosaico, sulla tela delle piazze di spaccio. E le tessere hanno consentito di ricostruire tutti i passaggi che porterebbero dalla gambizzazione di Leandro Bennato, alla morte di Piscitelli e a quella di Elavdi Shehaj, l’albanese ucciso tra i bagnanti a Torvaianica. Adesso, secondo l’impianto dell’accusa, mancano solo i mandanti. 
 

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