Coronavirus, il brusco risveglio di Roma tra psicosi e precauzioni: «Spuntano cinesi ovunque»

Coronavirus, il brusco risveglio di Roma tra psicosi e precauzioni: «Spuntano cinesi ovunque»
di Simone Canettieri
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Sabato 1 Febbraio 2020, 09:28

Ambulanza. Sirene spiegate. L'auto sfreccia davanti alla stazione Termini. Prima mattina. Gruppetto di ragazzi con zaini in spalla. Si fermano. Di botto. Una suora si fa il segno della croce. Un elegante signore che lavora al Ministero dell'Economia: «Avranno scoperto un altro caso?». La risposta è no. Ma poco importa. Roma si è svegliata così.

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A due passi dalla Fontana di Trevi, un cartello ha avvisato la gentile clientela con il seguente buongiorno: «Chi arriva dalla Cina non entri». Il tazebao sarà rimosso dai vigili urbani, che stazionano nei pressi del monumento con la sciarpa davanti alla bocca. «Ma quale razzismo: è solo prevenzione», si difende la portavoce del locale, assediata dalle telecamere.
D'accordo, bisogna andare all'Esquilino. Prima però, passando da Termini, capita di assistere a una scena memorabile. Inquadratura: rom, anziana e claudicante, incrocia una donna cinese, ben vestita, in total black, nei pressi del bar. La saluta. E le sorride empatica. Le spuntano due denti d'oro dalla bocca. Sta pensando: «Cara mia, con il coronavirus, oggi ce l'hanno con te e non con me». E così la rom si gode la giornata di festa: una bella pesca in un cestino dei rifiuti. In stazione, raccontano dall'edicola, «oggi c'è un bel po' di psicosi: la gente ci chiede le mascherine al posto dei giornali». Ecco, senza volerlo, forse è stata trovata la ricetta per far impennare le vendite dei quotidiani? Chissà.

Le comitive cinesi che passano, intanto, si creano il vuoto intorno. Tensione nell'aria. Ma alla romana. Dunque lieve. Una guardia giurata: «Ao', ce vorrebbe Bruce Lee, ma è vivo ancora o l'ha sdraiato l'influenza?». Qua e là si fanno caso a due cose. A chi indossa la mascherina («Mi chiamo Paola, sono un medico, e sto tornando a Ferentino, a casa, con il treno: non rischio») e a chi ha i lineamenti asiatici. «Ma noi siamo coreani!», specifica una coppia che si sente abbastanza osservata con atroce sospetto.
Finalmente l'Esquilino: il quartiere più multietnico di Roma. E anche il più degradato. La comunità cinese qui è stata la prima a insediarsi a fine Anni 80. Convivenza pacifica e silenziosa. Piano piano hanno comprato - soldi cash - tutti i negozi sotto i portici umbertini. Senza nemmeno badare a salutare troppo i vicini. Gestiscono ristoranti, bar, B&B, tabaccherie e negozi di elettronica, ovviamente. Più i parrucchieri.

In un bar in via Principe Amedeo, davanti al famoso mercato dalle mille spezie e molto frequentato da turisti e Nas, i proprietari per polemizzare contro «l'impazzimento generale» hanno servito caffè e cappuccini indossando tute bianche da profilassi, con mascherine annesse. Il video è diventato virale. Nel 2011 - in pieno panico da terremoto - sempre qui si presentarono con i caschetti gialli davanti ai clienti.
«Di solito ho sempre le sale piene a pranzo e a cena: ora è un problema». Sonia Hang è l'imperatrice della ristorazione cinese nella Capitale, e non solo. Un personaggio globale. Ma ormai sta sfornando più interviste che ravioli (quelli verdi, ripiene di carne, rimangono comunque imbattibili, nonostante la domanda di questi tempi scarseggi). La sua famiglia gestisce questo ristorante - ecco una gigantografia di Mao, toh Sonia con Scamarcio in foto - da 20 anni. Il figlio, Enrico, in dialetto romanesco legge un depliant. E' scritto in ideogrammi. «Ci sono le raccomandazioni per i nostri connazionali». Squilla il telefono di Sonia, che scuote il caschetto: «Forse non devo andare più a RaiUno. Meglio: tanto stasera avevo La7». Sotto i portici, i barboni e disperati si preparano al riposino post-pranzo. Come sempre. Le mascherine sono introvabili: «Ieri ne abbiamo vendute 600 in un pomeriggio: le comprano e le spediscono a casa», spiegano dalla farmacia Russino. I ragazzi cinesi che abitano qui, italianissimi, vengono guardati in cagnesco dai coetanei: «Ci fermano i coatti e ci fanno le corna».
L'antifona è chiara. Non resta che scendere verso via Cavour, hotel Palatino, dove sono stati registrati due casi di coronavirus. Fuori è un grande reality. Con interviste impossibili: «Scusi, lei ha stretto la mano alla coppia infetta?», chiedono gli inviati ai dipendenti. A pochi metri c'è un'iniziativa della sinistra romana: si lancia la candidatura per il Campidoglio di Amedeo Ciaccheri, mini-sindaco della Garbatella. Battuta ascoltata: «Compagni, non rivaluteremo il maoismo. Ma la Cina è vicina». Si scende in metropolitana. Bocche coperte. Di italiani. Ma anche di coppie asiatiche. Appena due ragazzi cinesi (?) si mettono seduti, gli altri passeggeri si alzano.

L'occhio ormai è condizionato, sembra che non ci siano mai stati così tanti cinesi a Roma come oggi. «Niente messa in piega: meglio prevenire», confessa la scrittrice esquilina, turbo-progressista, in crisi interiore. I parrucchieri della zona, d'altronde, sono bravissimi. E costano poco: 10 euro. Cartoline dal Colosseo: i centurioni-rumeni, di solito molto molesti con i turisti dagli occhi a mandorla, non sguainano gli spadoni di plastica per la foto-ricatto. In via Condotti i commessi del lusso si girano i pollici. Ma sono protetti. Così come alla Rinascente in via del Tritone.
Passa un'altra ambulanza. A tutta birra. Solito pensiero. Ancora più indotto dopo ore. Controllata alle agenzie di stampa: falso allarme, nessun nuovo caso. Ma prima di mettersi a scrivere, meglio lavarsi bene le mani.
Simone Canettieri
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