Roma, boom di positivi tra gli stranieri. «Ora tamponi rapidi in aeroporto»

Roma, boom di positivi tra gli stranieri. «Ora tamponi rapidi in aeroporto»
di Mauro Evangelisti
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Giovedì 23 Luglio 2020, 09:11

«Servono tamponi negli aeroporti, siamo pronti. E lo Spallanzani sta testando un nuovo sistema rapido» ripete l'assessore alla Salute, Alessio D'Amato. I dati sono chiari: senza i casi di importazione, cittadini stranieri, positivi al coronavirus, che per ragioni di lavoro o di residenza sono tornati in Italia, a luglio a Roma e nel Lazio avremmo registrato il 61,6 per cento in meno di nuovi infetti. Raccontata in un altro modo: quando si parla di nuovi casi positivi, nel mese di luglio, a Roma e nel Lazio 6 volte su 10 si tratta di una persona arrivata dall'estero. Rimettiamo in fila i numeri: 362 positivi in totale, di questi 223 sono casi di importazione e 158 cittadini del Bangladesh. A livello nazionale sul totale dei positivi la percentuale dei casi di importazione si aggira sul 30 per cento.

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Ma sarebbe miope pensare che il problema - e tale lo è anche per i rappresentanti di questa comunità che per primi rischiano di essere contagiati dai connazionali tornati da Dacca - non riguarda solo il folto gruppo bangladese. Piccolo flash-back: la Regione Lazio, quando ha visto moltiplicarsi il numero di casi positivi sbarcati dagli aerei provenienti da Dacca, ha deciso di fare i tamponi su un volo speciale della Biman (compagnia del Bangladesh) atterrato a Fiumicino. Su 225 passeggeri, 37 sono risultati positivi (ma nei giorni successivi, quando sono stati rifatti i tamponi, il totale ha superato quota 40). Si è scoperto che dal Bangladesh venivano lasciati partire pure con la febbre, anche grazie a un traffico di certificati di negatività fasulli.

IL NODO

Anche per le insistenze della Regione Lazio, il Ministero della Salute ha prima bloccato i voli da Dacca, poi per evitare le triangolazioni ha inserito il Bangladesh in una lista di 13 paesi (poi divenuti 16) dai quali non si può raggiungere l'Italia per nessun motivo. Inoltre, è scattata una campagna massiccia di tamponi a Roma per tutti i cittadini della comunità del Bangladesh (anche nel loro interesse), che ovviamente hanno contatti diretti con chi è tornato da Dacca, e questo ha consentito di individuare molti altri casi. Il problema è che, come hanno dimostrato i dati degli ultimi giorni, ci sono altri paesi da cui, costantemente, arrivano persone positive e per i quali il blocco totale non c'è. Un esempio: il Pakistan, da cui (sempre per motivi specifici) si può partire per raggiungere Fiumicino.

Negli ultimi quattro giorni sono stati sette i pakistani trovati positivi; quando vennero eseguiti tamponi su un volo di Qatar Airways, a inizio luglio, su 40 passeggeri provenienti da Karachi, 5 erano positivi. Una percentuale altissima, eppure nella lista dei paesi a rischio del Ministero della Salute il Pakistan non c'è. Sempre negli ultimi quattro giorni, 4 indiani positivi: in India la situazione è grave, secondo uno studio di sieroprevalenza eseguito a New Delhi addirittura il 23 per cento dei cittadini è venuto a contatto con il virus. Ecco, neanche l'India è tra i paesi della lista. Il problema non è rappresentato da chi viene trovato positivo, ma da chi non viene individuato. L'assessore alla Salute, Alessio D'Amato, insiste: «Bisogna fare i tamponi in aeroporto per chi arriva dai paesi a rischio. Lo Spallanzani sta verificando l'efficacia di un tampone rapido, se ci sarà il via libera il governo deve utilizzarlo negli scali internazionali». Il direttore sanitario dello Spallanzani, Francesco Vaia, ha confermato: «Ci stiamo lavorando, tra una settimana avremo l'esito della sperimentazione».
 

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