Lo sguardo sull’Urbe degli occhi stranieri: ​«Maestosa e caotica»

Domenica 21 Aprile 2019 di Giusto Traina
Lo sguardo sull’Urbe degli occhi stranieri: ​«Maestosa e caotica»
Una delle più interessanti descrizioni antiche di Roma è quella di Strabone, un Greco originario di Amasea nel Ponto che negli anni 20 d.C. ultimò una Geografia di tutto il mondo conosciuto. Strabone mostra un certo imbarazzo nel lodare una città che non poteva vantare un piano urbanistico razionale, e per giustificare questa mancanza si sofferma sulle «molte e belle cose» con cui i Romani avevano ornato la loro città, in particolare le meraviglie tecniche come le cloache e gli acquedotti. Del resto, quella di Strabone non era un’osservazione isolata. Un suo contemporaneo, lo storico latino Tito Livio, si era spinto a giustificare il caos urbanistico di Roma con la fretta di ricostruire la città dopo l’incendio gallico del 390 a.C. Il vincitore dei Galli, Marco Furio Camillo, avrebbe convinto i Romani a non trasferirsi a Veio come volevano i tribuni della plebe: «Respinta quindi la proposta di legge si cominciò a ricostruire la città disordinatamente […]nella fretta non si presero cura di tracciare vie diritte […]e inoltre la topografia della città fa pensare che il suolo cittadino sia stato occupato a caso e non distribuito secondo un piano».

UN’AGORÀ
Anche se forse era in possesso della cittadinanza romana, Strabone descrive Roma con lo sguardo di uno straniero, e difatti non dedica che brevi cenni al Foro e al Campidoglio, gli spazi civici più importanti per un Romano, in quanto costituivano rispettivamente il centro della politica e quello della religione civica. Preferisce invece concentrarsi sull’area del Campo Marzio. Capovolgendo la gerarchia della topografia romana, In definitiva, Strabone descrive la città proprio come avrebbe fatto per una città ellenistica, privilegiando uno spazio che, nella nuova sistemazione operata da Agrippa una cinquantina d’anni prima, era quello che più si avvicinava a un’agorà.

Circa un secolo dopo, quello degli stranieri resta sempre uno sguardo esterno. La tradizione del Talmud attribuisce a Jose ben Halafta, un dotto rabbino vissuto nel secondo secolo dopo Cristo, la seguente descrizione della «gran città di Roma»: «Vi sono 365 strade, in ognuna delle quali vi sono 365 palazzi, e ognuno di essi ha 365 piani, di cui ognuno contiene di che nutrire l’intero universo». Era così che i popoli lontani vedevano il centro del potere a cui erano asserviti: un enorme spazio monumentale dove regnava l’abbondanza. Questa immagine non è necessariamente positiva, ma sulla grandiosità dell’Urbe non c’era da discutere. Questa immagine non è necessariamente positiva: per i rabbini del Talmud, Roma appare quasi sempre come un Impero del Male, ma ciò non metteva in discussione la grandiosità di Roma. Nella stessa epoca, con toni più realistici ma non meno ugualmente iperbolici, il retore greco Elio Aristide scrisse un Elogio di Roma (144 d.C.), in cui Roma appare come un luogo in cui «confluisce da ogni terra e da ogni mare quello che generano le stagioni e producono le varie regioni, i fiumi, i laghi, e le arti dei Greci e dei barbari […]. Quello che non si riesce a trovare qui, non rientra nell’ordine delle cose che sono esistite o che esistono; per questo non è facile decidere se sia più l’Urbe a superare le città a lei contemporanee o il suo impero a superare tutti gli imperi del passato». 
Per comporre il suo elogio, Elio Aristide aveva dovuto superare un problema sostanziale, descrivendo in termini positivi una città dall’urbanistica disorganica e anomala. Certo, nel secondo secolo non mancavano grandiosi monumenti come il Colosseo, il Pantheon, gli acquedotti, o spettacolari complessi edilizi come i Fori imperiali; e se già Augusto si era vantato di aver lasciato ai posteri una città di marmo, dopo averne “ricevuto” una in mattoni, sotto i suoi successori l’architettura e l’ingegneria si erano sviluppate in modo sempre più audace, per celebrare la grandiosità del potere romano ma anche per venire incontro alle esigenze pratiche di una città che contava circa un milione di abitanti: così, già nei primissimi anni del principato di Augusto, nel suo trattato di architettura Vitruvio commentava il crescente sviluppo di abitazioni a più piani (le insulae): «Quindi la popolazione di Roma si è dotata senza difficoltà di discrete abitazioni sfruttando lo spazio in altezza, sovrapponendo vari piani». 

ELOGIO POLITICO
Tuttavia, nonostante i suoi monumenti spettacolari e le ardite creazioni ingegneristiche, l’Urbe rispettava ben poco gli standard richiesti per meritare un’adeguata e positiva descrizione retorica (ekphrasis). Tanto per cominciare non aveva una cinta muraria: quella arcaica, tradizionalmente attribuita al re Servio Tullio, era ormai un retaggio del passato. Dopo Annibale, che nel 211 a.C. aveva rinunciato ad assaltarla, a Roma non si erano più ripresentati ulteriori pericoli esterni, e quindi non era sembrato utile costruire nuove mura: solo l’imperatore Aureliano decise di farlo, nel 270 d.C. Per aggirare il problema, Elio Aristide spiega che i Romani non avevano trascurato le mura, bensì avevano preferito costruirle tutt’attorno ai territori dell’Impero, con l’allestimento di una sorta di vallum intorno a quello che poteva considerarsi come un immenso campo militare. Per il resto, l’Elogio di Roma si concentra sul potere politico e militare: di Roma in quanto città parla solo in termini generici, lodando l’ampiezza dell’area urbana e presentandola come un mercato (emporion), un’officina (ergasterion) e il centro amministrativo (dioikesis) comune a tutto l’Impero. L’identificazione della città con il mondo, l’Urbs con l’orbis, non era del resto una novità. Come ammoniva nei Fasti Ovidio, il grande poeta di età augustea, «confini precisi delimitano il territorio degli altri popoli; per i Romani l’estensione dell’Urbe coincide con quella dell’orbe terrestre».

Per gli antichi, così come per i moderni, il secondo secolo rimane il momento di massimo splendore dell’Urbe. Un anonimo retore orientale della metà del quarto secolo, autore di una Descrizione di tutto il mondo e dei popoli tramandata in una versione latina, spiega che la città «è dunque di enormi dimensioni, e ornata di costruzioni imperiali, giacché tutti i precedenti imperatori, o quelli dei nostri tempi, vollero costruirvi qualcosa. Ognuno vi costruisce ogni tipo d’opera, in suo nome. Così, a cercare Antonino, troverai innumerevoli monumenti. Lo stesso vale per l’area monumentale detta ‘foro di Traiano’, che possiede una basilica notevole e rinomata». Certo, la corte imperiale era stata trasferita da tempo a Milano, e Roma non era più capitale, ma nel quarto secolo non aveva perso la propria immagine di centro del potere. Nella stessa epoca, il Foro di Traiano suscitò grande ammirazione anche nell’imperatore Costanzo II, figlio di Costantino il Grande, che nella primavera del 357 effettuò la sua prima e unica visita a Roma. Nel resoconto della sua visita all’Urbe, scritto una trentina d’anni dopo dallo storico Ammiano Marcellino, l’imperatore appare «colpito da quella concentrazione di meraviglie… Tutto ciò che vedeva per la prima volta gli sembrava insuperabile per magnificenza». Una volta giunto al Foro di Traiano, egli «rimase attonito e volse gli sguardi a quel gigantesco complesso di edifici… Pertanto, poiché disperava di poter tentare qualcosa di simile, diceva di voler e poter imitare solo il cavallo di Traiano, che, posto al centro dell’atrio, porta sul dorso l’imperatore stesso». Ammiano, un siriano trasferitosi a Roma, si fa qui gioco di Costanzo: sia perché lo detestava, sia perché cosi voleva forse cattivarsi il favore dei senatori romani, facendo leva sul loro snobismo tradizionalista. Ma nello stupore di Costanzo vi è certo un fondo di verità: pur essendo l’uomo più potente del mondo, di fronte ai miracula dell’Urbe anche il signore dell’Impero romano appariva come uno straniero. In fondo Costanzo era nato e cresciuto nei Balcani, e di Roma conosceva solo quella “Nuova”, Costantinopoli, la capitale d’Oriente da poco fondata da suo padre, che in quel momento era ancora un enorme cantiere.

DECADENZA
Ma la grandiosità di Roma era ormai sotto attacco. Nel 410, quando la corte dell’impero d’Occidente si era già trasferita a Ravenna, Roma subì un durissimo colpo da parte dei Visigoti di Alarico, che la misero a sacco per tre giorni. Quattro anni dopo, l’aristocratico Rutilio Namaziano, funzionario imperiale e letterato, dovette lasciare le Gallie, dove si trovavano anche le sue proprietà, per assumere l’incarico di prefetto dell’Urbe: in un impero in cui l’Italia aveva ormai perso l’antica centralità, entro certi limiti era uno straniero anche lui. Nel 415 Rutilio riprese la strada del ritorno, e la descrisse in un raffinato poemetto, offrendo una visione di Roma decisamente a tinte fosche: «Non si possono più riconoscere/ i monumenti dell’epoca trascorsa,/ immensi spalti ha consunto/ il tempo vorace./ Restano solo tracce fra crolli/ e rovine di muri,/ giacciono tetti sepolti in vasti ruderi./ Non indigniamoci che i corpi mortali/ si disgreghino:/ ecco che possono anche le città morire». Negli anni successivi la città si riprese, ma certo non era più la stessa.  Ultimo aggiornamento: 24 Aprile, 07:47 © RIPRODUZIONE RISERVATA

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