L'inchiesta Mafia Capitale, quando l’eletto è stipendiato dai criminali

di Paolo Graldi
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Giovedì 4 Giugno 2015, 22:28 - Ultimo aggiornamento: 5 Giugno, 00:08

Era appena spuntata l’alba di una giornata caldissima quando su Roma si è abbattuta la seconda tempesta di arresti di “Mafia Capitale”: 44 in manette, chi in carcere e chi ai domiciliari, 21 indagati i cui nomi sono tenuti segreti. Una bomba giudiziaria che era nell’aria, che s’aspettava come imminente, naturale proseguimento di una istruttoria monstre cominciata con i 37 arresti riconducibili, con diversi ruoli, all’ex galeotto Salvatore Buzzi, fondatore di una mega cooperativa per l’inserimento degli immigrati, e all’ex Nar Massimo Carminati, curriculum pulsante di reati di terrorismo, uomo chiave di una ragnatela criminale che ha avvolto in una stretta micidiale una intera filiera di esponenti politici di primo piano, risucchiandoli a sé con il metodo della più sfacciata corruzione, intinta nel metodo mafioso, come da capo d’imputazione dei due boss e di altri loro compari.

Uno scossone micidiale non inatteso e tuttavia poderoso per le fondamenta dei palazzi capitolini della politica chiamati ora a interrogarsi su come sia stata possibile tanto a lungo e tanto largamente una ramificazione del malaffare. Alla scoperta della Cupola nera di sei mesi fa si aggiunge adesso quest’altra botta che incontra Buzzi e Carminati al centro delle manovre per estendersi fino al litorale di Ostia, prelibato boccone per l’ingordigia della banda. Di più, di peggio. I magistrati della Procura distrettuale antimafia ipotizzano che non i malavitosi si fossero messi al servizio dei politici corrotti ma avvenisse l’esatto contrario: politici stipendiati a mazzette (anche 20 euro mensili), con bonus e benefit in caso di “effetti speciali” e, via via scendendo, anche mancette da mille euro a “collaboratori esterni”, impigliati nella rete, tenuti al guinzaglio del ricatto criminale, ma anche vogliosi di farsi avanti, di rendersi utili, di mostrarsi pieni di iniziative.

Nasce così, attraverso le mille orecchie elettroniche piazzate per ascoltarli, una vera letteratura di virgolettati da Romanzo della Magliana, dove (è Buzzi che parla) si bea della metafora della mucca: per mungerla prima bisogna nutrirla per ripescare il classico «le mani si lavano tra loro e insieme lavano il viso» per sconfinare nelle spacconate del genere «noi qui ci mangiamo Roma» e, allargandosi nei sogni di gloria, «con Tredicine siamo pronti per andare al governo». Già, Giordano Tredicine è agli arresti a casa, casa assai accogliente. Affari incontrastati per anni e a gonfie vele, lucrosi guadagni con i camion spaccia panini nei luoghi sacri della Capitale, sfregio al più elementare buon gusto ma con licenza regolare, non scalfita da bordate polemiche da tutte le parti ma finite sempre nella cenere delle stufe per arrostire maroni, piazzate nel centro del salotto buono dello shopping.

Scorrere la lista dei nomi per farsi un’idea di quanto marcio, secondo l’accusa, si sia ingoiata questa città negli anni, con molte chiacchiere sui presunti traffici illeciti passati in cavalleria come se si trattasse di gossip di provincia dove tutti, per statuto, sono nemici e dunque si combattono anche con le millanterie. No, questa inchiesta (il primo processo si avvierà a luglio) mostra una gestione della politica capitolina negli ultimi anni davvero inquietante, con rilevantissimi danni per chi si è sempre e con rigore posto sotto il segno della trasparenza e della legalità. I clan, a poco a poco, si sono impossessati di consistenti fette dei servizi erogati con i soldi pubblici. Occorrerà applicare il cronometro alle colpe, dividere quelle di ieri da quelli di oggi, tenendo comunque conto che le responsabilità appaiono trasversali, quasi senza distinguo tra destra e sinistra, non fosse perché gli uomini disposti a scendere a patti con il crimine hanno finito per superare i distinguo di appartenenza lasciando abbracciare dai loro corruttori. Tempesta sul Campidoglio (quattro consiglieri in manette) e tempesta anche sulla Regione, dove l’incolpevole presidente Zingaretti, a testa bassa contro ogni forma di illegalità, ha scoperto che il suo capo di gabinetto non distingueva tra gli affari d’ufficio e gli affari suoi.

Nei paraggi volteggiava rapacissimo un tipetto come il giovane Luca Gramazio (Pdl), l’unico a cui è stato contestato il 416 bis, alta mafia, e il quale nel capo d’accusa i magistrati dedicano righe di fuoco dipingendolo come un personaggio di potente rango criminale, asse portante tra la Cupola Nera, quel “mondo di mezzo” che segnava il confine tra Buzzi, Carminati e soci con il resto del pianeta. Gramazio era esigente, braccio pronto all’azione anche forte e mano agile nell’arraffare “compensi”: 50, 20, 15 mila a botta, più richieste di assunzione per dieci dell’entourage oltre ad altri affari che per descriverli prenderebbero qui troppo spazio. Tra gli altri nomi di spicco ritroviamo Mirko Coratti, coriaceo ex presidente dell’assembea capitolina e Daniele Ozzimo, ex assessore alla Casa in Campidoglio.

Ecco, “Mafia Capitale” guardava con occhi politicamente avvertiti ai propri affari in vigorosa espansione: piazzamento e gestione degli immigrati, emergenza abitativa a Roma (pazzesco problema mai risolto), dramma rifiuti e loro ricca gestione (non richiesta la soluzione della immondizia che straripa), verde da curare, parchi e giardini e infine, in pieno sole, il litorale di Ostia, bacino elettorale gonfio di sensibili preferenze.

Non serve qui la lamentata enfasi giornalistica, litania di politici della passata giunta Alemanno, per capire che le implicazioni di questa bruttissima storia sono tante e temibili: la città che aspira alle Olimpiadi nel 2024, che si appresta ad accogliere le folle di fedeli per il Giubileo straordinario, ma anche solo la città nel suo paziente e irrisolto divenire, non merita questa secchiata d’acqua sporca. Eppure la situazione andrà affrontata con coraggio e determinazione. Il Pd, riunito subito dopo i tg della mattina, ha deciso di fare quadrato intorno all’azione del sindaco Ignazio Marino, constatando che per primo richiamò tutti ad una severa verifica della trasparenza nei conti pubblici del Comune, lo stesso vale ancor più per Nicola Zingaretti.

Orfini, commissario del Pd a Roma e presidente del Pd nazionale, sentito il segretario Renzi, ha tracciato la linea. Evitare il commissariamento, scongiurare il rischio di voto anticipato, proseguire diritti. Chi ha sbagliato deve pagare, pagare tutto, più presto che si può, ma anche con le garanzie che valgono per tutti. La pentola politica ovviamente ribolle di ben altre proposte. Lega e 5Stelle hanno una sola voce: al voto. L’intreccio delle questioni, il ruolo del prefetto, il proseguo dell’inchiesta consigliano prudenza a tutti. Orfini, anzi, vuol chiedere ai servizi di sicurezza, se mai si fossero accorti di qualcosa che non andava, visto che un tipaccio come Carminati, vecchia conoscenza, doveva restare sempre a vista.